Rob Mazurek Octet: “Skull Sessions”

Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli
Rob Mazurek Octet: “Skull Sessions” (CD Cuneiform Records, Rune 349, 2013)

Avevamo già parlato (e molto bene) del collettivo brasiliano São Paulo Underground che in Bob Mazurek aveva trovato una solida sponda con l’assai consolidata scena off-jazz di Chicago. Ora queste nuove “sessioni del teschio”, che possono essere viste nell’ottica di una scambio di cortesie tra progetti molto contigui, oppure la prosecuzione di una strada che vede nella fusione tra il gruppo brasiliano e la nota Exploding Star Orchestra del nordamericano la condivisione di una poetica meticcia, globalizzata e al tempo stesso ancora molto “avant”.
L’ensemble è di quelli importanti a partire dal batterista John Herndon (già Tortoise), la flautista Nicole Mitchell, il vibrafonista Jason Adasiewicz, i brasiliani Mauricio Takara (percussioni ed elettronica), Guilherme Granado (tastiere, elettronica, campionatori), Thomas Rohrer (rebeca e sax), Carlos Issa (chitarra), oltre ovviamente a Mazurek alla tromba e al modulatore ad anello).

Il suono che ne discende è incardinato in un senso di improvvisazione collettiva nella quale più che le spinte individuali contano coesione e costruzione del flusso. Per quanto venga facile poter fare dei paragoni con il Davis elettrico – specie quello più psichedelico – il lirismo di Mazurek si muove su altri terreni, quelli della contabilità e della corrente di marea, più che sugli spazi vuoti e l’uso tagliente di note pesanti. Come abbiamo detto, è ciò che si crea collettivamente a sembrare la qualità linguistica migliore di questo ottetto. Flussi ipnotici molto terreni, umori positivi da festa di contrada attorniata da temperature sempre molto tropicali. Un’umidità e afa appiccicosa che entrano nei circuiti elettronici per sporcarne quella mal riposta idea di precisione e pulizia che ogni casa madre vorrebbe poter garantire a vita. Diciamolo, se gli anni ’90 sono stati gli anni del jazz scandinavo, gelido e rarefatto, questi anni ’10 sono quelli del brics-jazz, anche se mancano all’appello ancora un paio di nazioni.

2014 © altremusiche.it

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