Armando Gentilucci, musicista engagé [intervista a Renzo Cresti]

Armando Gentilucci
Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista, scrittore e critico musicale si occupa da tempo di musiche contemporanee. Ha realizzato e messo online la prima versione di altremusiche.it nel 2002.
Michele Coralli
Renzo Cresti

Importante figura di raccordo tra ambiti artisti, didattici, musicologici e critici per almeno vent’anni, tra la fine degli anni Sessanta e gli Ottanta, Armando Gentilucci (1939-1989) è stato un compositore che ha vissuto sulla propria pelle artistica il segno dei cambiamenti di un’intera epoca storica, nel passaggio da un’arte “culturalmente organica” e idealisticamente orientata, a un’arte di ricerca indirizzata soprattutto alle qualità timbriche interiori del suono e alle relazioni tra questo e gli inesauribili spazi del silenzio.

Lo si ricorda per tre importanti saggi come “Guida all’ascolto della musica contemporanea” (Feltrinelli, 1969), “Introduzione alla musica elettronica” (Feltrinelli, 1972) e “Oltre l’Avanguardia, un invito al molteplice” (Discanto, 1980), oltre che per essere stato uno dei fondatori dell’associazione Musica/Realtà, motore di importanti rassegne di musicali e storica rivista periodica (tutt’oggi in vita). Del Gentilucci musicista invece se ne sa molto meno e, anche in virtù di questa mancanza, l’Associazione NoMus di Maddalena Novati periodicamente rende omaggio al musicista leccese con incontri di approfondimento ai quali partecipano musicologi e interpreti di pregio.

Con Renzo Cresti, arguto relatore in tema di Nuova Musica e non solo (autore tra l’altro del recente “Ragione e sentimenti nelle musiche europee dall’inizio del Novecento a oggi, LIM 2016), proviamo a dare qualche indicazione in più attorno a un musicista che avrebbe potuto collocarsi con autorevolezza nel firmamento della musica contemporanea italiana anche di questi ultimi anni.

Il suo retaggio di una musica che vive dentro la società senza spaccature, ma, al contrario che crea continue osmosi tra il condizionare e l’essere condizionata da parte di essa, avrebbe certamente arricchito un dibattito come quello attuale, così poco consapevole delle spinte verso l’omologazione musicale e artistica nel nome (anche) di un autoritarismo tecnologico.

Perché è importante questo autore e perché è giusto ricordarlo?

«Armando Gentilucci è importante per vari aspetti. Prima di tutto come compositore. Questo pomeriggio lo ricordiamo prevalentemente sotto questo aspetto. Però Gentilucci è stato anche un fine musicologo, un didatta che ha diretto per tanti anni la scuola di Reggio Emilia, l’Istituto Peri. Quindi è stato una figura che ha influito moltissimo nel mondo della musica italiana, tra la fine degli anni ‘60 e – ahimé – la morte prematura nell’89».

Quando si pensa a Gentilucci si pensa all’intellettuale engagé, come lo ha definito lei stesso. Oggi però possiamo avvicinare la sua musica anche dal punto di vista dei contenuti musicali. Quali sono gli elementi sui quali conviene fissare la propria attenzione?

«Come dicevo nella mia conferenza, Gentilucci è stato un musicista engagé, cioè impegnato politicamente. Era l’epoca però, non soltanto lui come individuo. Tra la fine degli anni ‘50, tutti gli anni ‘60 e buona parte degli anni ‘70, c’è stato un ventennio durante il quale la musica spesso si rispecchiava non soltanto l’ambiente sociale – cosa ovvia, dato che ogni musica appartiene a un contesto sociale – ma anche, in maniera esplicita, dei contenuti politici. E questo lo fa definire appunto engagé. La musica di Gentilucci fino alla metà degli anni ‘60 prendeva di petto alcune situazioni politicamente impegnate – mi viene in mente, per esempio, la lotta per la libertà del Cile e il suo pezzo del 1973 che si intitola proprio “Cile, 1973”. Questo è un tipo di musica nella quale l’aspetto ideologico condiziona. Lo stesso Gentilucci successivamente definì tale aspetto “prevaricante”.

Passato quel periodo storico, dalla fine degli anni ‘70 in avanti, tutto questo diventa secondario o addirittura sparisce. E Gentilucci si concentra su aspetti squisitamente musicali. Ad esempio attraverso una riflessione sul tempo e una riflessione sulla narratività, nelle quali l’aspetto musicale predomina. Quindi, rispondendo alla sua domanda, le composizioni di Gentilucci più interessanti penso che siano le ultime. Purtroppo non ha avuto modo di sviluppare il suo pensiero perché è morto giovane. Ma le composizioni degli anni ‘80 sono sicuramente, da un punto di vista squisitamente musicale, di un livello superiore rispetto a quelle precedenti».

Possiamo mettere in relazione il percorso di Gentilucci con quello dell’ultimo Nono?

«L’ambiente è quello. Venivano entrambi dalle scuderie Ricordi. Nono, di una generazione precedente, ha fatto un percorso forse più rilevante rispetto a Gentilucci in quanto, fin da giovane, ovvero fin dagli anni ‘50, veniva considerato un musicista di prim’ordine. Poi comunque, relativamente alla musica engagé, Nono certamente è stato un propulsore forte di questa tendenza, ma anche lui, a metà degli ‘70, cambiò, passando da un impegno fortemente politico a un tipo di musica in cui lavorava prevalentemente su suoni minimali prodotti presso lo Studio di Friburgo. Direi proprio: cambiando suono e cambiando anche prospettiva. Tant’è vero che alcuni amici della vecchia guardia considerarono questo, un cambiamento azzardato. In realtà Nono, che aveva le antenne molto sensibili, aveva capito, con qualche anno di anticipo, che un certo tipo di musica stava per finire e si era diretto verso una ricerca completamente diversa, ovvero in direzione di quello che si chiama il “suono nascente”. Cioè quei piccoli suoni che poi vengono modificati elettronicamente. Un lavoro molto diverso rispetto a quello di un ventennio prima».

Esiste un possibile parallelismo tra la musica anni ‘80 di Gentilucci e i primi esperimenti di Grisey di quello stesso periodo, proprio dal punto di vista della ricerca interna al suono?

«Non credo che Gentilucci abbia ricevuto delle influenze dallo spettralismo. Ha lavorato negli ultimi tempi sul suono, su questo non c’è dubbio. Ma, a quanto mi risulta in generale – poi magari possono esserci delle partiture che mi smentiscono – lui non lavorava con il metodo di Grisey, ossia attraverso la sezione del suono nei vari armonici, ma direttamente sul suono, arricchendolo di sfumature, di timbriche particolari, ma non sezionandolo come invece facevano gli spettralisti».

dicembre 2017 © altremusiche.it

Commenti dei lettori

La vostra mail non verrà pubblicata.


*