Van Der Graaf Generator [Piazza Unità d’Italia, Trieste, 2 agosto 2009]

Foto: Michele Coralli
Michele Coralli

In concerto la versione 2009 dei Van Der Graaf Generator, uno dei gruppi musicali più importanti non certamente dell’orticello progressivo dei sempre più malinconicamente rimpianti anni ’70, ma di una buona fetta di musica d’arte del secondo Novecento, è un continuo viaggio di andata e ritorno nella memoria. Un movimento mentale che obbliga a prendere atto del tempo come unica dimensione metafisica raggiungibile (forse) fin tanto che si appartiene alla cerchia dei mortali. Nessun viaggio psichedelico, bensì la lucida e consapevole convinzione che anche su uno di quelli che ci ha spinto a riflessioni esistenziali in musica possiamo applicare analoghe speculazioni.

Come nell’immortale immagine della compagna di vita stesa nel letto nuziale in attesa di un rapporto sessuale tra corpi avvizziti da un’esistenza ormai trascorsa, il tempo sembra abbandonare un velo irrispettoso anche sulla musica. E non tanto perché ci troviamo di fronte all’ennesima rock band con interi lustri sulle spalle o almeno non solo per questo… Invece perché sul nostro eroe i segni del tempo si concretizzano in modo inequivocabile nel limite di accesso alle diverse gamme possibili in quel meraviglioso strumento musicale che era la voce di Peter Hammill. Inevitabile e ingeneroso metterlo troppo in evidenza visti i sessantun anni compiuti. Il dato però non può non risaltare all’ascolto di brani entrati nella storia in merito a un timbro divenuto (al pari forse di una manciata di altri) assolutamente indimenticabile. Un timbro così potentemente impostato sulla gola come quello di Hammill non può rimanere inossidabile nel tempo, anche se in studio pochi sono gli scarti. Ma non è tanto sulla potenza che mancano raffronti, bensì sul limite di alcuni registri come il noto falsetto che su brani come Lemmings (su cui viene fatto oggi un radicale travestimento in senso “hard”) trasforma di molto il contenuto musicale. Qualcosa di nuovo quindi che si sedimenta sul ricordo del vecchio: il viaggio mentale che si diceva tra quello che risuona nella testa dell’ascoltatore dei Van Der Graaf Generator (nel nostro caso con più di trent’anni di trascorsi) e ciò che capita di sentire dal palco in piazza a Trieste, in una torrida estate, anni e anni dopo la comparsa di “Pawn Hearts” in casa. Nulla di grave, né di incomprensibile, ovviamente. Semplicemente uno dei dati che si registrano.

Foto: Michele Coralli

L’altro, di poco secondario al primo, l’assenza dell’unica altra voce capace di contrappuntare il proprio strumento con la dignità del ruolo di co-protagonista (Hugh Banton non lo è mai stato) a quello insuperabile di Hammill. Ci si riferisce ovviamente alla mancanza del sassofonista David Jackson che non fa parte della partita. Manca, inutile far finta di niente. Nell’economia del gruppo c’era un suono di sax, spesso suonato in coppia tenore e alto, che ora si fanno malinconicamente desiderare. La potenza dei Van Der Graaf era incarnata dall’inedito e poderoso binomio voce/sax. Non si vuole con questo minimizzare il ruolo di Banton, sul quale vengono oggi “scaricate” le responsabilità di fare quanto più suono possibile (cosa che, per inciso, gli riesce anche bene con attraverso l’ausilio della pedaliera in cui si dimostra, forse caso unico nel rock, insuperato interprete). Tra i tre Van Der Graaf di oggi è forse quello che suona davvero al meglio, anzi probabilmente meglio di un tempo, magari perché definitivamente liberato dal confronto con gli altri tastieristi progressive coevi, virtuosi dell’eccesso.

Da parte sua Guy Evans rimane fedele al modello di batterista solido e affidabile. Ha sempre svolto un compito arduo, aggravato dall’assenza di un bassista vero e proprio, ma è sempre riuscito a farlo brillantemente. Nel porre il gruppo l’acceleratore sul versante più duro conserva le raffinatezze di un tempo, ma si concentra soprattutto sul dare potenza. Del resto la chiave di volta di questa rilettura di classici del passato è prima di tutto creare un vestito in grado di dare dimostrazione di forza e di vigore nel sostenere il confronto dei decibel con molta musica di oggi. Quanto è cambiato infatti il rock solamente in termini di volumi?

Certo i Van Der Graaf non sono i Genesis, bensì un gruppo che ha trovato non a caso simpatie anche da parte dei cultori del punk rock o dell’heavy metal. In altre parole la potenza di suono fin dai tempi di Darkness (II/II) non è mai mancata. Alla luce poi della produzione degli anni ’70 una certa discontinuità tra i primi dischi più immaginifici e fantasiosi e i successivi della prima reunion in poi (“Godbluff”, “Still Life”, “World record”, “The Quiet Zone, The Pleasure Dome”) appare abbastanza concreta. Duri, a volte spietati, questi ultimi sono i dischi di rock progressivo più in sintonia con i tempi storici del punk, quelli cioè che con fierezza hanno assorbito il colpo di quell’offensiva mediatica.
Ed sono proprio quegli ultimi dischi, i più vicini a noi anche nella prospettiva storica, a far da spina dorsale alla scaletta del concerto 2009:
– The Sleepwalkers e Scorched Earth da “Godbluff”;
– Childlike Faith in Childhood’s End, La Rossa e il bis Still Life dall’omonimo album;
– Meurglys III da “World record”.
Mentre i primordi si toccano con Lemmings e Man-Erg da “Pawn Hearts”, l’album che ancora oggi rimane ampiamente il più amato e richiesto.

Dal vivo ampi spazi all’interludio strumentale per espandere i brani senza veri e propri assoli, visto che mancano solisti. Ci si concentra inevitabilmente su Hammill. Già perché malgrado tutto, cioè malgrado la profondità della materia trattata, i Van Der Graaf hanno fatto soprattutto canzoni (complesse, intricate, intercalate con stacchi degni di qualche passaggio sinfonico, ma sempre canzoni) a differenza di altri gruppi progressivi più sbilanciati sul fronte strumentale. Nei live di Peter Hammill che ci era capitato di seguire (8 novembre 1987 al Conservatorio di Milano per “Musica del Nostro Tempo” e 8 aprile 1988 al Bloom di Mezzago) l’oggetto, ridotto all’osso dalla solitudine di Peter, appariva chiaro come non mai, quasi ancor più ricco di fascino nel suo offrirsi a orecchie d’intenditore.
Ma, a differenza di quanto ascoltato precedentemente quando attingere al repertorio Van Der Graaf veniva fatto con assoluta parsimonia (ci ricordiamo di una Refugees…), l’antologia 2009 guarda con decisione al passato. L’attualità dei Van Der Graaf viene quindi rappresentata da un solo brano da “Present” (2005) e tre brani da “Trisector” (2008), la sinfonica Over the Hill, l’hard All That Before (con interessanti riferimenti al sentirsi perduti in chiave senile di Peter) e l’intricata Interference Patterns, basata su sfasamenti melodici non del tutto estranei al phasing di Steve Reich.

In conclusione un ritratto ricco di grande commozione per un gruppo che ha più di quarant’anni sulle spalle e che ha attraversato in maniera carbonara la storia di molti. Nell’ottica esistenzialista hammilliana “what have we bargained, and what have we lost?” non è difficile metterlo in bilancio, in fondo, la realtà, quella che faticosamente conduciamo nel corso della nostra quotidianità, è sotto gli occhi di tutti, basta saperla mettere a fuoco. Alla luce di queste considerazioni di poco conto comunque ancora non riusciamo a capire come molti fans richiedano ancora Theme One come bis.

agosto 2009 © altremusiche.it

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