Sylvie Courvoisier: In trio con Mephista [intervista]

Mephista: Susie Ibarra, Sylvie Courvoisier. Ikue Mori
Michele Coralli

John Zorn, Tony Oxley, Joëlle Léandre, Susie Ibarra, Ellery Eskelin, Ikue Mori, Fred Frith, Michel Godard, Mark Nauseef. Questi alcuni nomi con cui è entrata in contatto Sylvie Courvoisier, giovane promessa della moderna musica di ricerca, che si situa nella sempre meno evidente linea di confine tra esperienze improvvisative e ambiti di scrittura contemporaena. La pianista svizzera ha già avuto modo di farsi notare accanto a vecchie glorie della scena radicale europea (come la Léandre), ma anche in progetti originali come il suo recente trio Mephista, al fianco della consueta compagna di strada Susie Ibarra e della ben che nota Ikue Mori.

Da dove partiamo? Dammi tu qualche coordinata.

«Mio padre è un pianista di jazz e per me è stato assolutamente naturale maturare tra musica classica e jazz. I musicisti che, fin da quando ero piccola, mi hanno da sempre appassionato sono stati Paul Bley e Thelonious Monk. Ma ha incominciato a interessarmi molto anche la musica contemporanea e in particolare compositori come Ligeti e Takemitsu. Nel corso delle mie esperienze assieme ad altri musicisti ne ho incontrato alcuni come Michel Godard e Mark Feldman che mi hanno dato un forte stimolo nel confronto diretto con l’improvvisazione. Poi, dall’incontro con altre persone, sono nate molte altre esperienze. E’ sempre così per quanto riguarda la maggior parte degli stimoli che ogni musicista può ricevere».

Il tuo trio con Joëlle Léandre e Susie Ibarra sembra molto legato ad esperienze del passato come quelle di Irene Schweizer. Ti senti legata in particolare a quegli ambiti?

«Apprezzo il lavoro di Irene, ma devo dire che le mie esperienze sono sempre molto diverse tra loro. Ad esempio il lavoro che pubblicherò per ECM è molto diverso dal progetto di Passaggio, uscito per Intakt. Si tratta prima di tutto di musica scritta che possiede atmosfere molto più calme. Il disco comprende solamente mie composizioni che tendono molto di più al mondo della musica contemporanea attuale che a quello dell’improvvisazione spontanea. Anche in questo caso suono in trio, però questa volta con un violino e violoncello, rispettivamente con Mark Feldmann ed Erik Friedlander. Si tratta poi di un doppio CD: il primo contiene quattro composizioni più ampie, scritte nella direzione di certe partiture di Šostakovic, Schnittke e Arvo Pärt; il secondo contiene materiale completamente improvvisato, ma si tratta di piccoli brani, diciannove in tutto».

Mi sembra una buona opportunità questa da parte di ECM. Si vede che crede in quello che fai.

«Forse [ride, ndr]. Quando abbiamo incominciato a registrare il disco non era in progetto farne un doppio. Ma poi Manfred Eicher ci ha chiesto di fare delle piccole miniature da inserire tra le composizioni più ampie, in modo da creare degli intermezzi tra brani che durano mediamente venti minuti. Da quelle improvvisazioni concepite per separare i brani scritti ne è scaturito un altro disco che è stato inserito nello stesso progetto».

Eicher ha l’abitudine di creare una simmetria nei suoi dischi.

«Sì l’ordine del disco è una sua scelta».

Parlami di questo trio Mephista. Tra l’altro mi sembra di capire che il trio sia la formazione che ti risulta più congeniale.

«Mi piace tantissimo lavorare in trio. Mephista è un trio per piano, batteria ed elettronica, che esprime una musica molto più elettrica, in qualche modo più violenta e rumoristica. Anch’io, ad esempio, uso molto il pianoforte preparato, cosa che invece faccio molto raramente in altri contesti. Con Mephista facciamo una musica improvvisata, che segue però degli ordini grafici che rispecchiano determinate strutture. Ma non si tratta però di musica composta, come nel caso del disco ECM».

Passata questa tournée con Mephista quando sarà la prossima volta che tornerai in Italia?

«Nel settembre del 2003 abbiamo in programma una serie di concerti tra cui un’apparizione alla Biennale di Venezia. Ma probabilmente ci saranno altre date tra Milano e Bologna».

Il programma della Biennale 2003 è stato curato da Uri Caine. Ti ha chiamato lui?

«Sì. Mark Feldman, che è mio marito, ha suonato tantissimo insieme a lui. Uri è una persona molto disponibile e un grande amico».

Anche a me ha dato questa impressione. Recentemente l’ho incontrato per chiedergli un parere sulla guerra, su cui, tra l’altro, non mi sembrava molto favorevole.

«Neanche io naturalmente. Vivo a New York, e se le cose continuano così, cambio paese, perché non mi piace quello che sta succedendo…».

2002 © altremusiche.it / Michele Coralli

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