Roscoe Mitchell Quartet: “Live at A Space 1975”

Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli
Roscoe Mitchell Quartet: “Live at A Space 1975” (Sackville/Delmark, SK2080, 2013)

Mentre il successo dell’Art Ensemble of Chicago raggiunge in Europa vette insperate, tanto da farne un gruppo capace di contendersi il campo con i colleghi del rock, Roscoe Mitchell coltiva orti ancora più difficili da rendere produttivi, ma lo fa con assoluto rigore e capacità di estensione di un pensiero sperimentale entro dinamiche ancora molto fedeli alle logiche dell’interplay e dell’improvvisazione per colori. L’idea di Mitchell (e di buona parte dell’AACM) è di avvicinare il jazz alla musica contemporanea – o meglio, anche se non è nei piani iniziali, lo è certamente negli esiti finali: la great black music come una delle avanguardie più significative del Novecento, al pari di decine di altri nuclei sperimentali che hanno attraversato il secolo. Il quartetto di Mitchell, così come l’iniziale sestetto, il trio e il quintetto, non hanno una lunga storia di incisioni, ma questa, datata 1975 ha diversi motivi di interesse. Intanto come in altri casi l’organico è più un pretesto per mettere insieme una performance articolata su set differenti, piuttosto che un vero quartetto, che comunque annovera altri tre importanti musicisti di area chicagoana quali Muhal Richard Abrams, il trombonista George Lewis (al suo debutto su disco a 23 anni di età) e il chitarrista Spencer Barefield.

La scaletta si apre con un lungo Prelude To Naima, superlativa improvvisazione tematica dal senso molto rarefatto e per lo più giocata sui silenzi e sulle sottilissime nuances create da piano, trombone, sax (più un flauto non accreditato). Poi la splendida, anche se leggermente sfilacciata, Naima di Coltrane, la già matura Music for Trombone & B Flat Soprano di Lewis e tutta una serie di brani di Mitchell di natura molto differenziata: drone-music (Tnonna), musica concreta, forse aleatoria (Cards), gestuale (Olobo), free coltreniano (Nonaah). Ma scomporre il pensiero musicale di questo grande attore della scena “avant” afro-americana può diventare un’operazione forzata, dato che sono proprio questi i personaggi (Braxton è sicuramente l’altro) che hanno assorbito importanti influenze (in certi casi apertamente riconosciute) da parte di tante musiche sperimentali extra-jazzistiche. Pur chiarendo che questa è, e rimarrà sempre, una musica che necessita più di uno sforzo per riuscire ad avvicinarla, siamo convinti che è, e rimarrà sempre, una di quelle tappe fondamentali per capire ogni direzione successiva, perché ogni avanguardia è diventata sistema (anche se spesso con dosi omeopatiche).

Una piccola nota di disappunto per come si trattano certe ristampe: va bene che c’è poco mercato, va bene che forse sono in pochi ad aver compreso il senso intimo di certi repertori, ma è possibile che non si riesca a organizzare certi materiali in un senso filologico? Nelle note sarebbe importante, per una volta, lasciare da parte il dato biografico ed entrare un po’ nel merito dei contenuti musicali, almeno per quanto riguarda gli strumenti impiegati, vista la dimenticanza dell’accreditamento di un flauto e niente meno che di un trapano (o qualcosa di simile), presenza assolutamente inusuale in un set che all’epoca viene ancora inscatolato come jazz.

2013 © altremusiche.it

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