PFS: “279”

Andrea Coralli

Andrea Coralli

Tra il 1990 e il 1993 Andrea è stato membro del comitato di redazione della rivista «Auditorium», nonché uno dei più vivaci animatori di quell'esperienza editoriale. Alcuni dei suoi articoli, apparsi anche su alcuni giornali universitari – già raccolti nel volume «Navigando sui mari di formaggio. Itinerari velici nel pantano della popular music» a cura di Michele Coralli e Fabio Martini, Auditorium Edizioni, 1996 – sono stati inseriti su altremusiche.it
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PFS: “279” (Cuneiform Records, Rune 22, 1990)

Sigla e numero si oppongono con buona probabilità alla comprensione dell’oggetto di questa recensione, contribuendo a provocare una sensazione di diffidenza nel lettore scettico. Conviene allora cercare preliminarmente di dissipare questo carattere iniziatico. I PFS sono un trio di San Francisco che deriva dai Cartoon, gruppo di rock progressivo con forti venature classicheggianti attivo nei primi anni ’80. “279” (nella copertina il numero costituisce l’immagine speculare della sigla del nome) è il loro secondo lavoro: nel 1986 avevano pubblicato, sempre per la Cuneiform, il disco “Illustrative problems”. I musicisti in questione sono Scott Brazieal (tastiere, elaborazioni su nastro magnetico), Herbert Diamant (sassofoni, fagotto, effetti digitali), Gary Parra (percussioni, rumori). Ai tre si aggiunge spesso il violino di Craig Fry.

Più difficile dare loro una collocazione musicale. Il loro linguaggio risulta infatti dalla combinazione di elementi diversi e un po’ disparati, secondo una tendenza che da una parte riflette un certo sincretismo tipico della musica, e non solo della musica, dei tempi attuali, dall’altra rimanda ad esperienze di un passato ormai inesorabilmente lontano. Certe sonorità fortemente chiaroscurate, l’uso di tempi dispari e la pronunciata spezzatura ritmica dati soprattutto dalla batteria, la combinazione di movenze classicheggianti con aperture all’improvvisazione riportano ad alcuni momenti dell’avanguardia rock europea degli anni ’70, dai King Crimson ai Gentle Giant, dagli Univers Zero agli Art Zoyd (nomi che qui vanno presi come coordinate di riferimento piuttosto che come rinvii puntuali).

Accanto a questo si possono trovare nella composita tessitura dei dodici brani del disco una serie di altri elementi: alcuni approcci jazzistici specie del sassofono, l’impiego nastri e tecnologie elettroniche, l’inserzione di frammenti (clip) musicali e non nell’orditura di alcuni brani (incontriamo Bartók, Beethoven, Schubert e anche Verdi). La musica dei PFS risulta così dallo sforzo di mantenere un equilibrio fra elementi oppositivi quali scrittura/improvvisazione, tradizione/innovazione, suono/rumore, suoni acustici/suoni elaborati ecc.

Alcuni brani presentano una struttura ben definita e uno spiccato tonalismo. È il caso di Solace, il cui tema di sassofono arieggia lo standard jazz. O ancor più del Theme in E-flat, un arrangiamento di un motivo scritto da Robert Schumann nel 1854 poco prima di cadere in un grave stato psicotico. Il pezzo ha un forte impatto melodico, sottolineato da un’accorta giustapposizione dei ritorni in crescendo del tema iniziale con alcuni altri momenti di forte rarefazione timbrica. Gli episodi improvvisativi sono generalmente sviluppati su una struttura precostituita.

da: Andrea Coralli, “Navigando sui mari di formaggio”, Auditorium Edizioni, 1996 © Michele Coralli

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