Olivier Messiaen: “Angela Hewitt plays Messiaen”

Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli
Olivier Messiaen / Angela Hewitt: “Angela Hewitt plays Messiaen” (Hyperion, CDA 67054, 1998)

L’elemento accordale e timbrico costituisce l’aspetto macroscopico della musica pianistica di Olivier Messiaen, che si muove attraverso “temi per accordi”. Anche una composizione giovanile di Messiaen come Préludes (1928-29), scritta attorno ai vent’anni, dimostra lo slancio del giovane musicista verso le più avanzate correnti musicali europee dell’epoca. Viene fatto tesoro della preziosa lezione di Debussy, dell’allargamento della tonalità e successivamente dell’intercambiabilità del materiale compositivo sia in senso verticale che in senso orizzontale, secondo le tecniche dodecafoniche. Ritroviamo il Messiaen più maturo nei Quatre Étude de rythme (1950) – in questa registrazione il N.1 e il N.4 – nei quali la scrittura si fa più audace e meno impressionistica: momenti di intensissima concitazione ritmica fanno da raffinato contrasto a momenti più distesi. L’interesse nutrito per le strutture ritmiche della musica indiana viene metabolizzato attraverso il loro utilizzo strutturale, non certo in chiave folclorica o coloristica.

Vingt Regards sur l’Enfant-Jésus (1944), ciclo di venti “contemplazioni” della durata di più di due ore (qui ne sono stati scelte soltanto tre) ben rappresenta il lato mistico del compositore francese. Si tratta di uno dei brani pianistici più importanti di Messiaen – e probabilmente del Novecento – e presenta una sorta di strutturazione wagneriana dei temi (melodici e melodici/armonici) come dei veri e propri Leitmotiv: il tema di Dio, della croce, dell’amore, ecc. Un’interprete d’eccezione si confronta con le “misteriose” costruzioni che “si possono ascoltare anche senza capirle” ma semplicemente “sentendole”, secondo le parole del compositore.

da: “Amadeus”, n.112, 1999. © Paragon / Michele Coralli

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