Milano, 15 giugno 2020: prove di ripartenza con orchestra

Stefano Montanari e l’Orchestra d’archi dei Pomeriggi Musicali al Teatro Dal Verme. Foto: Lorenza Daverio
Michele Coralli

Alle ore 00,01 del 15 giugno 2020, data che possiamo certamente appuntare tra quelle storiche per la cultura milanese e non solamente milanese, si riaccendono le luci di un teatro cittadino per dare un concreto segnale di “ritorno alla normalità”.

Lo rende possibile una delle istituzioni milanesi più antiche, quei Pomeriggi Musicali che furono i primi a riaprire il 27 novembre 1945, pochi mesi dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, la piaga a cui è stata spesso paragonata l’emergenza Corona virus di questi mesi. E non è un caso che siano proprio i Pomeriggi a farlo, visto che nella loro governance sono impegnate le più importanti istituzioni lombarde a cominciare da Regione Lombardia e Comune di Milano.

Anche l’ora di apertura non è casuale, in quanto lo scattare della mezzanotte segna il cambio di data che fa decadere il divieto di organizzazione di spettacoli in tutta Italia, in base al DPCM del 17 maggio, che indica per i spettacoli dell’Era Covid-19: un massimo 200 persone in teatro, il distanziamento fisico di un metro tra i musicisti, la misurazione della febbre per tutti e l’obbligo della mascherina (tranne che per i musicisti durante l’esecuzione).

I contorni simbolici dell’evento non sfuggono a nessuno, a cominciare dalla politica locale, visto che sono presenti in sala il presidente lombardo Attilio Fontana, l’assessore regionale alla cultura Stefano Bruno Galli, la vicesindaco di Milano Anna Scavuzzo e l’assessore Filippo Del Corno, come se fosse un 7 dicembre alla Scala.

Foto: m.c.

Orgoglio. Possiamo dirlo senza cadere in una retorica che non ci è mai appartenuta. Essere di nuovo dentro a un teatro è motivo di orgoglio per tutti: amministratori, organizzatori, addetti ai lavori e pubblico. E, nonostante le dovute distinzioni, nonostante le civilissime (se non addirittura timide) rimostranze politiche all’esterno del Dal Verme da parte delle Lavoratrici e lavoratori dello Spettacolo Lombardia (LLSL), quello che conta in una serata come questa è dare un senso simbolico alla propria (rarefatta) presenza. In altre parole: ci siamo ancora e siamo determinati a ricostruire la vita culturale che questa città incarna da sempre e che – è bene ricordarlo – è punto di riferimento internazionale.

Foto: m.c.

Le regole per l’accesso al teatro sono stringenti e – complice anche l’ora notturna che situa l’evento in una fascia più da rave-party da centro sociale rispetto a un più consueto concerto del pomeriggio del sabato – l’effetto è certamente straniante.

Incontrare persone il cui volto è coperto da mascherina e, ciononostante, imporsi di vivere un momento fondamentale di socializzazione come quello del concerto dal vivo (che è, e rimarrà sempre, evento in presenza fisica) crea indubbiamente lontananza, così come la crea il distanziamento in sala: una fila vuota ogni due, un posto occupato ogni tre (facile immaginare il colpo d’occhio in una sala costellata da segnaposti che escludono quasi i 9/10 delle poltrone).

La prima impressione, inevitabilmente, è quella della freddezza, della distanza e dell’incolmabile solco che il Covid-19 ha scavato tra le persone, distanziandone anche la voglia di entrare in contatto, di scambiare idee o commenti – e di questo ce ne accorgiamo tutti i giorni per strada.

Foto: Lorenza Daverio

Sta alla musica dal vivo (finalmente!) acquisire quel potere di riaffermare la vicinanza, il contatto, in estrema sintesi, l’umanità che l’emergenza ci ha negato.

Ammetto che erano anni che non ascoltavo le Quattro stagioni di Vivaldi, ma credo che, mai come in questo caso, la scelta di rincominciare attraverso note “universali” come queste sia stata assolutamente calzante. L’interpretazione che Stefano Montanari e l’orchestra d’archi dei Pomeriggi imprimono alle pagine del Prete Rosso è ricca di teatro, artifici, pletora barocca e gusto effettistico, proprio quello che ci vuole per riaccendere le luci: un vero e proprio spettacolo pirotecnico ad uso e consumo della città. Un inno al ritorno alla vita dopo tante tragedie, come i medici del Sacco, ospiti della serata, con parole semplici quanto toccanti ci ricordano, soprattutto per invitarci a considerare questa ripartenza non come un ritorno, bensì come l’inizio di una fase nuova. La fase, aggiungiamo noi, di un nuovo Umanesimo, cittadino, nazionale e (sarebbe auspicabile) mondiale.

Noi ci siamo!

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