Mike Westbrook Band: “Off Abbey Road”

Mike Westbrook e Phil Minton. Foto: Andy Newcombe
Andrea Coralli

Andrea Coralli

Tra il 1990 e il 1993 Andrea è stato membro del comitato di redazione della rivista «Auditorium», nonché uno dei più vivaci animatori di quell'esperienza editoriale. Alcuni dei suoi articoli, apparsi anche su alcuni giornali universitari – già raccolti nel volume «Navigando sui mari di formaggio. Itinerari velici nel pantano della popular music» a cura di Michele Coralli e Fabio Martini, Auditorium Edizioni, 1996 – sono stati inseriti su altremusiche.it
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Mike Westbrook Band: “Off Abbey Road” (Tip Toe, 888805, 1990)

Nel dicembre dell’1988 si è tenuto a Reggio Emilia un festival dedicato alla musica dei Beatles, festival che ha visto la partecipazione di quotati musicisti d’area jazz e avanguardia. Nell’occasione la Mike Westbrook Band presentò l’arrangiamento dell’ultimo disco registrato dal mitico quartetto, quell’ “Abbey road” la cui pubblicazione risale al settembre 1969.

Ora quel set, affinato nel corso di altre esibizioni, arriva su cd con un’incisione realizzata nell’agosto 1989 al festival Willisau Jazz. La formazione, un ottetto, comprende alcuni dei consueti fiancheggiatori del musicista-arrangiatore inglese. Phil Minton e Kate Westbrook si dividono democraticamente gli interventi vocali, Peter Whyman e Alan Wakeman lavorano alle ance, Andy Grappy è infaticabilmente alla tuba, mentre Peter Fairclough appare un po’ annoiato alla batteria; un Brian Godding in gran forma agisce alla chitarra elettrica. Lo stesso Westbrook manovra al pianoforte.

Il manipolo segue fedelmente le tracce dell’opera beatlesiana, presentando la stessa disposizione dei brani che compare nell’originale. Piuttosto dilatata risulta invece la durata, che cresce dagli originari 47 e passa minuti ai 74 e più del cd, non senza qualche fatica per l’ascoltatore domestico privato del contesto live. Maggiori responsabili dell’incremento sono alcune introduzioni e alcun’altre code che portano, ad esempio, a gonfiare brani come Because e Something. “Abbey road” fu un po’ la traduzione musicale dell’imminente disgregazione dell’esperienza umana e artistica dei Beatles, ma rappresentò anche la summa della tendenza al pastiche che i quattro avevano ampiamente evidenziato nel doppio bianco.

Se nel ’69 i Beatles, e con loro l’imprescindibile George Martin, avevano lavorato soprattutto di forbici, con missaggi ed espedienti da studio di registrazione, la dimensione live del progetto di Westbrook lo orienta verso un’operazione interpretativa che da una parte agisce su microstrutture armoniche, melodiche e ritmiche all’interno di uno stesso brano, e che dall’altra percorre, come si direbbe in linguistica, l’asse diacronico del sistema musicale. Da qui spiccano alcuni riferimenti a tradizioni diverse, estranee anche al geniale eclettismo beatlesiano. Maxwell silver hammer, ad esempio, risente positivamente di un clima brecht-weiliano: cosa che non stupisce, visto gli interessi palesati più volte da Mike e consorte in questa direzione. In un paio di occasioni, fra cui la pregevole giuntura tra, si fa per dire, primo e secondo lato culminante in un notevole assolo di clarinetto di Whyman, emergono atmosfere dichiaratamente free (si veda anche il finale di You never give me your money). E certi parossismi vocali del grande Phil Minton non costituiscono forse un geniale pot-pourri che va dal soul al cartone animato?

Meno convincenti appaiono invece certi arrangiamenti troppo voluttuosamente orientati verso la jazz-ballad, con il pianismo di Westbrook improntato a forti valenze romantico-evansiane. Si ascoltino le già citate Something e Because, o la versione per soli coniugi di Octopus garden, brano che forse sarebbe riuscito meglio come canzone per bambini… La stessa riserva può essere avanzata per certi manierismi soft-jazz ravvisabili in alcuni assoli dei sassofoni, come l’alto di Something o il baritono di She came in through the bathroom window. Nel complesso però il lavoro delle ance è pregevole, sia in fase di tessitura armonica, come nel secondo passaggio del ritornello di Something (sempre lei!) o nella strofa di I want you, sia in fase solista (almeno il baritono della stessa I want you e il già citato clarinetto che introduce la radiosa versione strumentale di Here comes the sun). Un ultimo accenno per Godding. I suoi interventi sono sempre di grande pertinenza, segnati da una sorprendente capacità di masticare il lessico comune del rock senza mai farcelo andare per traverso: una medaglia all’onore dall’ordine dei beatlesiani!

“Tutti conoscono i Beatles, qualcuno si aspettava che fossimo più liberi, che li suonassimo molto differentemente; ritengo che ci sia molta libertà, ma all’interno della musica; ci sono molte variazioni sui dettagli….”. Così dichiarava Mike Westbrook in una recente intervista rilasciata a “musiche” (n. 7, pp. 6-13, a cura di A. Achilli e P. Chang). A voi sincerarvi dei risultati.

da: Andrea Coralli, “Navigando sui mari di formaggio”, Auditorium Edizioni, 1996 © Michele Coralli

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