La voce del legno: l’extended wood di Simone Beneventi [Teatro Cavallerizza, Reggio Emilia, 9 ottobre 2017]

Foto: A. Anceschi
Marsilio Ficino

Marsilio Ficino

Musicologo, filologo e psiconauta si occupa anche oggi di altre musiche e psichedelia.
Marsilio Ficino

Il Festival Aperto di Reggio Emilia, come di consueto, si distingue per qualità e trasversalità delle proposte, come nel caso di “Extended wood” di Simone Beneventi, un recital di sole percussioni con strumentario esclusivamente composto di materiali lignei.
Lo stesso Beneventi, nelle note di programma, così spiega il perché della sua scelta:

“Rispetto a metalli e pelli, il regno degli strumenti lignei è il meno generoso in termini di risonanza, versatilità timbrica e risposta alla sollecitazione. Nonostante ciò, alcuni strumenti hanno guadagnato un’identità forte e un impiego consolidato all’interno di numerose tradizioni musicali”.

Per realizzare questo progetto Beneventi ha collaborato direttamente con alcuni compositori, mettendoli in diretto contatto con i maestri falegnami con cui egli stesso collabora da lungo tempo (“preziosi artigiani divenuti liutai per l’occasione”). A fine concerto interviene anche il sapiente ebanista restauratore Giuseppe Bussi che parla della genesi dei nuovi strumenti, frutto di singolari sinergie tra grande ebanisteria, scienza musicale e novella tecnologia.

Foto: Simone Beneventi

Prima però di ascoltare i suoni, ci soffermiamo sul set. Tre le postazioni sul palco: a Est con una immensa marimba bassa e alcuni log drum vicini al registro più grave; al centro svariati log drum costruiti dall’ebanista, una grande asse sospesa, un lungo didgeridoo di bamboo, un gruppo di strumenti con la funzione di casse di risonanza collegati da lunghe scie di cavi elettrici alla scheda audio del laptop; a Ovest una postazione di legno con una serie di congegni elettrici autocostruiti, che vibrando mettono in risonanza alcuni strumenti lignei. Tutt’attorno un armamentario di altri strumenti da perderci ore a volerli classificare tutti quanti. Pubblico estremamente incuriosito/affascinato dalle simmetrie eleganti disegnate sul palco da tale dispiegamento.

Si comincia a Est con Mari di Franco Donatoni, scritto nel 1992, per sola marimba, un brano ormai entrato nel repertorio di moltissimi percussionisti, eseguito qui con estrema cura del suono. Vengono sottolineate in particolare le continue corse e i funambolismi ludici messi in gioco dal Donatoni dell’ultimo periodo. Sempre a Est, spostandosi sul registro più grave della marimba bassa (mai toccato nel brano di Donatoni) si passa a Wooden di Silvia Borzelli (2015) che utilizza unicamente alcuni suoni nel registro sub-grave della marimba, con l’aggiunta di alcuni log drum e wood block. Si tratta di un viaggio suggestivo che parte da veloci ribattuti ottenuti con una particolare tecnica a due bacchette (sopra e sotto i tasti) che ci porta all’interno della voce di basso dei tastoni gravissimi della marimba, i quali, percossi per mezzo di questa tecnica, riescono a espandersi in modo potente, creando quasi delle navate di “luce” timbrica, cangiante, all’interno della Cavallerizza.

Foto: A. Anceschi

Con un salto direttamente ad Ovest viene eseguito One man band (2017) di Johan Svensson per strumenti di legno e piccoli congegni elettronici. Il percussionista avvolto da un lungo tubo di gomma, entro cui produce quelli che a noi sembrano dei canti di uccelli alieni, manipola il resto del suo strumentario azionato anche da piccoli congegni elettrici che mettono in risonanza gli strumenti. Un vero e proprio contrappunto tra legno elettrificato e legno percosso alla vecchia maniera, capace di dar luogo a un suono ibrido che ben accompagna il canto ossessivo dell’usignolo alieno. Infine il brano ā (grammatica del delirio) (2017) di Riccardo Nova per un set up interamente costruito da Bussi e composto da log drum, lastra di legno, guiro, con lo schieramento di risuonatori collegati alla scheda audio in funzione di amplificatori del suono, sia in stratificazione che in riverbero. Il buio iniziale con i soli trasduttori che sollecitano i risuonatori (tre tom con pelle di legno e due gran casse) sfocia poi in articolate costruzioni poliritmiche. Il mormorio del legno percosso, a tratti quasi un canto, che rimbalza attraverso i risuonatori, si tramuta in un dijeridoo, percosso con due bacchette e immerso nell’acqua: un simbolico ritorno all’elemento che scorre nelle fibre del legno finché questo è vivo.

Finale con pubblico sul palco a osservare e a toccare i nuovi strumenti, cercando risposte ai quesiti emersi durante l’ascolto: in particolare nel rapporto tra strumenti concreti e tecnologia digitale. Una relazione che apre dimensioni fin qui inedite a set strumentali ancora poco orientati al recital solistico.

2017 © altremusiche.it

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