L’american barbecue del Kronos Quartet a MiTo [Teatro Paolo Grassi, 8 settembre 2018]

Kronos Quartet, Piccolo Teatro Grassi. Foto: Lorenza Daverio
Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli

Citando (male) Alexandre Dumas: i quattro moschettieri, quaranta (quasi cinquanta) anni dopo. Questa, in quel di MiTo 2018 (stagione per molti versi avara di contemporaneità) la didascalia sotto la foto dell’ormai mitica creatura Kronos Quartet, la formazione che, più di ogni altra, tra gli anni ‘80 e ‘90, ha dato una spallata alle certezze sempre più sclerotiche di molta avanguardia novecentesca. Se in quell’epoca di edonismo reaganiano l’idea forte anche in ambito musicale era quella di inserire elementi – e tra questi anche posture e abbigliamento – che potessero far prosperare l’idea della cosiddetta “contaminazione”, ecco che con il Kronos tutto quello che sembrava vietato da norme di opportunità istituzionale, buona educazione accademica e rispetto per un pubblico che già faticosamente cercava di digerire autori come Berio, Nono o Stockhausen, diventa invece motivo di liberazione. Un vero e proprio outing in musica che una generazione di ex-hippie (poi yuppi) aveva già metabolizzato nelle proprie orecchie.

L’epifania di un Jimi Hendrix su un violoncello in distorsione, dentro una sala da concerto ordinatamente in ascolto di un quartetto d’archi, ha (quasi) lo stesso effetto di un Hendrix che appare per la prima volta di fronte al suo pubblico negli anni ‘60. Per molti – specie per chi si è fatto passare sotto il naso (senza accorgersene) miriadi di esperienze “contaminate” in anni precedenti al Kronos, come Frank Zappa, Henry Cow e diversa musica creativa degli anni ‘70 – tutto questo sa di miracolo artistico, una vera e propria liberazione musicale, o, se vogliamo, più pragmaticamente, un cambiamento necessario dopo anni di egemonia strutturalista. Per il Kronos il rock, il pop o la world music parlano prima di tutto alla pancia, una parte del corpo che per troppo tempo è stata lasciata in perenne intorpidimento.

David Harrington, Kronos Quartet, Piccolo Teatro Grassi. Foto: Lorenza Daverio

Per molti, è bene dirlo, questa “liberazione” ha portato – e non poteva essere altrimenti – alla determinazione di un nuovo dogma: quello della libertà di scelta. Il parallelismo, che salta agli occhi di chi vuol vedere un sottofondo storico, è quello con il neo-liberismo che proprio negli anni ‘90 schiaccia sull’acceleratore del nuovo ordine mondiale. Se l’offerta dei prodotti (e dei luoghi dove comprarli) si decuplica in ogni parte del mondo, allora anche la scelta del repertorio di un quartetto d’archi deve non avere più limiti.
In una serie di appunti raccolti proprio attorno al Kronos, dopo un loro concerto al Teatro Smeraldonel 1990, alcuni di noi si ponevano delle domande molto sensate, rimaste in parte senza risposta:

Si parla tanto di contaminazione, abbattimento degli steccati, trasversalità musicali; ma sono categorie valide in assoluto? Chi contamina (alto-basso, destro-sinistra, colto-popolare ecc.) è sempre nel giusto? La rottura delle convenzioni è sempre innovativa?

Negli anni ‘10 del Duemila sembra che l’unica regola – anche politica – sia quella della deregulation, mantra del nuovo capitalismo globale. Conseguentemente, anche nell’arte, che dà rappresentazione del mondo che la circonda, la creazione deve tener conto della contaminazione, sebbene il termine abbia perso completamente il suo significato, perché quando mescoli troppi colori alla fine ottieni solo il nero.

Hank Dutt, Kronos Quartet, Piccolo Teatro Grassi. Foto: Lorenza Daverio

Qual’è quindi l’approccio del Kronos rispetto a 30/40 anni fa? In estrema sintesi è questo: il loro approccio non è cambiato. Continuano a percorrere la propria strada nella speranza che qualche nuovo colore dia una rinnovata gradazione cromatica al loro linguaggio, rinnovandolo, ma in fondo ogni nuovo colore non fa che confermare quello di partenza. In altre parole sono diventati (pur da interpreti) dei classici del crossover, o, se si preferisce, il loro crossover è diventato musica classica. Quindi tutto è lecito? Sembra di sì. Tutto è possibile, anche se la possibilità di avere tutto, diventa punto di partenza di una vita piatta e noiosa, senza sbalzi, senza urti, senza l’incazzatura che può provocare un ottuso atteggiamento accademico che forse, per quanto riguarda il repertorio Kronos di oggi, è proprio quello di quei minimalisti che hanno portato grandi novità in passato, come Steve Reich o Terry Riley, i quali, in fondo, iniziano a essere percepiti, mutatis mutandis, come “classici”, ovvero come Schönberg o Brahms. Anche se il rischio vero (e sottovalutato) è che oggi tutto diventa pop e in questa voragine senza fondo, che è partita dalla “rottura della convenzioni” di cui si diceva prima, rischia di finire tutto ciò che non si richiude in una torre eburnea.

Sul palco del Teatro Grassi di Milano qualcosa funziona come un tempo, qualcos’altro no. Il “gioco” Purple Haze, per esempio, non si rinnova con Baba O’Riley. Dal mondo arabo (rappresentato dal siriano Omar Souleyman e dall’egiziano Islam Chipsy) e africano (Lassana Diabaté e Konono N.1) vengono deboli suggestioni, sebbene frutto di scelte politiche degne del più profondo rispetto. Il repertorio americano – scomponibile nei diversi “settori” di minimalismo, post-minimalismo e jazz – su diversi chiaroscuri: bellissima la rilettura di Summertime in versione Janis Joplin nell’efficacissimo arrangiamento di Jacob Garchik, la rarefatta e distaccata Flow di Laurie Anderson o l’ormai “classicissimo” Different Trains di Steve Reich nel quale il Kronos si gioca la carta migliore, quella che fa di loro i prestigiosi custodi del tempio. Poi però c’è anche il minimalsimo che invecchia male come quello di Terry Riley (pacifista va bene, ma impalpabile), oppure quello di Michael Gordon in cerca di identità e di struttura (in fondo un quartetto esige regole e bella calligrafia).

Nonostante però non sia più quello che rinnova come un tempo la curiosità del nuovo pubblico (già “vecchio”, sebbene anagraficamente giovane), l’universo allucinato della ripetitività che costringe a sguardi molto concentrati sulle partiture, rimane il nucleo più convincente del gruppo di San Francisco, in quanto maggiormente identitario per loro e per i vecchi fans.
Perché poi la Storia, come si sa, ricoprirà tutto con un sottile strato di polvere: la giacca di Armani, Purple Haze, i nostri vecchi cd e le nostre orecchie riempite per anni di tante (troppe) novità.

settembre 2018 © altremusiche.it

Kronos Quartet, Piccolo Teatro Grassi. Foto: Lorenza Daverio

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