John Butcher: “Resonant Spaces”

Foto: Garrard Martin
Michele Coralli
John Butcher: “Resonant Spaces” (Confront, 17, 2008)

Entrare nel suono è una delle grandi sfide della ricerca musicale degli ultimi anni: c’è chi ha lavorato sulla manipolazione delle frequenze, chi sull’emancipazione del rumore, sullo spettro armonico, chi sulla spazializzazione del suono. In questo ultimo settore le cose sono iniziate a partire dallo sfruttamento delle diverse prospettive determinate dal posizionamento degli strumenti in una sala da concerto – ma pensiamo anche alla complicata organizzazione dello spazio acustico all’interno dell’allestimento di un’opera tradizionale. Con l’elettronica e l’utilizzo dell’amplificazione ci si è orientati allo sfruttamento delle possibilità legate alla stereofonia: pensiamo, ad esempio, a Luigi Nono che ammodernava con il suo Prometeo spazi acusticamente inusuali come la chiesa di San Lorenzo a Venezia o l’Ansaldo di Milano.

Lo sfruttamento ambientale per l’organizzazione del suono ha una storia più recente. In questo ambito ci si riferisce proprio a come un ambiente possa determinare in senso formale una performance e non solamente influenzare la modalità di propagazione del suono. Se è vero che questo si diffonde nello spazio più che in maniera lineare come ad esempio si è portati a pensare quando si schematizzano i sistemi di diffusione, bensì come se fosse un gas, allora la serie di performance come quelle che ha allestito John Butcher in giro per i luoghi più musicalmente improbabili della Scozia può incuriosire soprattutto nel confronto tra luoghi scelti e soluzioni estetiche trovate.

Un luogo aperto, moderatamente ventoso, nel quale ci si addentra con un sax soprano e un impianto di amplificazione che lo microfona, suggerisce un suono nudo e molto diluito nell’ambiente. Un mausoleo dalla forma cilindrica con una lunga eco determina l’uso di frequenze molto alte, prodotte e sviluppate dalle tecniche di feedback spesso utilizzate dall’improvvisatore. Anche queste sono frutto di uno spazio che attorciglia in sinuose spirali i lunghi suoni di un tenore. Analogamente si studiano gli effetti del riverbero in un vecchio deposito di carburante a partire però dal semplice strumento acustico (ancora un sax tenore): movimento e tecniche varie messe a punto da Butcher in anni di performance estemporanee si aggiungono al mero dato acustico. Poi altri depositi d’acqua e di ghiaccio ormai in disuso, così come una suggestiva caverna marina, vengono utilizzati con esiti tra loro molto diversi (inutile semplificare misurando il livello di riverberazione). Quello che sorprende è come il suono si riesca a vestire di panni inediti all’interno di ambientazioni che restituiscono valore, affidano profondità, stimolano nuove angolazioni a quel gas che troppo spesso siamo portati a inscatolare dentro supporti autoreferenziati come dischi o sale da concerto.

2009 © altremusiche.it

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