Heinz Holliger: “Lieder ohne Worte”

Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli
Heinz Holliger: “Lieder ohne Worte” (ECM, New Series 1618, 1997)

Heinz Holliger (Langenthal, 1938) viene ricordato come grande interprete e virtuoso del suo strumento (l’oboe) ma, allo stesso tempo, anche come valido studioso, direttore d’orchestra e, infine, come insegnante. Dal punto di vista compositivo invece, il musicista svizzero non gode ancora della stessa fama e un buon viatico per la via verso l’affermazione è costituito senz’altro da questo disco che raccoglie alcune sue opere scritte tra il 1961 e il 1994 e che segue una precedente produzione ECM, contenente il suo studio per oboe (Mehrklänge). La raccolta di brani cameristici – che contiene anche “le canzoni senza parole”, titolo preso a prestito da una raccolta di Mendelssohn-Bartholdy – si struttura come una sorta di itinerario diaristico attraverso alcune tappe compositive fondamentali nella vita musicale di Holliger. I capitoli di questo diario si chiamano Elis (per pianoforte), Sequenzen über Johannes I,32 (per arpa), Trema (per violino), Lieder ohne Worte I e II (per violino e pianoforte).

La “mancanza di parole” determina la presenza di riferimenti e memorie assai distanti come gli echi della musica barocca e romantica, presenti qua e là, nella musica di Holliger (tra questi spiccano i lamenti, tornati in grande auge nella “filosofia ECM”, sempre più orientata verso il pessimismo e l’introspezione malinconica). I suoni sono fortemente atomizzati e subiscono una parcellizazione giocata in maniera plausibile attraverso l’insistito ricorso ai registri acuti. Impalpabili ed eteree – ma anche un po’ fredde – le composizioni di Holliger si aprono a dei momenti di maggiore sussulto emotivo in episodi in cui la riconoscibilità tematica e ritmica si rendono maggiormente identificabili, come avviene in Trema, per violino solo, che riprende tecniche di stratificazione di diversi livelli ritmici, già adottate nel Quartetto per archi (1973). C’è, in questi episodi, una ricerca – ad esempio nella ciclicità della forma – che riporta al passato, pur manifestandoci la presenza di sonorità ben radicate nel presente (o comunque nel passato più prossimo). Tale equilibrio è caratteristica di chi ha la possibilità di cimentarsi senza timore – così come può fare un grande interprete come Holliger – nell’esecuzione di musiche appartenenti ad epoche ed estetiche molto distanti tra loro, come il Barocco e l’Avanguardia.

da: “il Giornale della Musica”, n.134, 1998. © il Giornale della Musica-Edt / Michele Coralli

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