Gidon Kremer. [Teatro Lirico, Milano, 18 giugno 1997]

Michele Coralli

È l’anno del tango! La musica argentina coinvolge artisti e organizzatori culturali, raggruppa appassionati danzatori dilettanti, stimola seminari e lezioni propedeutiche, genera un sempre maggior numero di fruitori, si ritaglia una consistente fetta di mercato discografico, diventando “affare per tutti”. Ballerini, coreografi, storici del tango, strumentisti e cantanti stanno percorrendo freneticamente la nostra penisola e frequentando l’etere televisivo, per sfruttare al massimo il momento magico di questo genere musicale, che tanto triste come pensiero legato al profitto non lo è di certo per chi si associa nella promozione di qualsivoglia iniziativa tanguera.

Ebbene se il tango ha successo, ci saranno pure delle ragioni: erotismo e sensualità della danza, tristezza e malinconia della musica, finalmente una musica contemporanea facilmente fruibile? Forse tutte queste cose messe insieme, forse altre.

Se i teatri sono pieni e i dischi vanno a ruba, prendiamo atto di una nuova moda musicale, che, pur con le sue cadute di tono e sgradevolezze, presenta aspetti di rimarchevole raffinatezza stilistica, compositiva ed esecutiva. Certo, come aveva affermato lo stesso Piazzolla, esistono più realtà riferibili all’unico concetto di Tango: c’è – o meglio c’era – un tango popolare più intimamente legato alla città di Buenos Aires, ai suoi locali notturni, ai suoi bordelli di un tempo; c’è il tango commerciale, messo in piedi dallo show business che trova grossi speculatori come il sornione Julio Iglesias che incarna la sofferenza del profitto; c’è infine il tango intellettuale, quasi-accademico, che si avvicina al concetto di musica contemporanea.

Gidon Kremer, che dall’accademia proviene, si accosta a quest’ultimo tango, considerando Piazzolla un “classico” alla stessa stregua di Schubert o Chopin. Concependo l’universalità dei sentimenti in musica, a prescindere da epoche e generi di appartenenza, non ci sono ostacoli per una personale interpretazione che si cala nei parametri del tango, ma allo stesso che se ne distacca, servendosi di una tecnica formidabile. Il tango tra le mani di Kremer compie un’ulteriore trasformazione tra passato e futuro, riproponendosi come un capriccio di Paganini (Etudes du tango) o una sonata di Schubert per violino e pianoforte (Le grand tango) e ripulendosi dalla polvere e dal sudore dei locali notturni. L’uso della timbrica è estremamente libero (e si possono cogliere qua e là echi delle esperienze passate di Kremer in ambito contemporaneo e sperimentale, vedi le collaborazioni con Luigi Nono o Alfred Schnittke) e il violinista gioca, divertendosi e divertendo il pubblico, con i registri cogliendo l’umorismo di questa musica, che probabilmente manca a certa musica contemporanea. Insomma la via tracciata da autori come Piazzolla prosegue verso la completa santificazione e universalizzazione del linguaggio tanguero.

Accompagnano il violinista lettone Per Arne Glorvigen al bandoneon, Vadim Sakharov al pianoforte e Alois Posch al contrabbasso. Poi improvvisamente fa la sua comparsa la sciantosissima Milva (la serata è organizzata in occasione del cinquantesimo anniversario del Piccolo Teatro, perciò un po’ di prezzemolo non guasta mai) e il tango viene restituito alla sua originaria atmosfera da postribolo, tra gli applausi devoti e, in qualche modo, eccitati del pubblico.

da: “Auditorium reviews”, n.1, 1997 © altremusiche.it

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