Charles Hayward: “Skew-whiff. A tribute to Mark Rothko”

Foto: Sylwia Jarzynka
Andrea Coralli

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Tra il 1990 e il 1993 Andrea è stato membro del comitato di redazione della rivista «Auditorium», nonché uno dei più vivaci animatori di quell'esperienza editoriale. Alcuni dei suoi articoli, apparsi anche su alcuni giornali universitari – già raccolti nel volume «Navigando sui mari di formaggio. Itinerari velici nel pantano della popular music» a cura di Michele Coralli e Fabio Martini, Auditorium Edizioni, 1996 – sono stati inseriti su altremusiche.it
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Charles Hayward: “Skew-whiff. A tribute to Mark Rothko” (Sub Rosa, Sub Cd 010-33, 1990)

Chiave di lettura per il nuovo lavoro di Charles Hayward è la dedica a Mark Rothko, pittore americano d’origine russa vissuto tra il 1903 e il 1970. Rothko è stato uno dei grandi maestri della pittura informale, in particolare di quella corrente nota come action painting o espressionismo astratto. I suoi quadri sono realizzati attraverso la sovrapposizione di più mani di colore, con un accostamento di masse colorate a masse scure, a ottenere un effetto di profondità, una dimensione quasi architettonica, una “spazialità in espansione” (G. C. Argan). La sua è un’interpretazione materica della pittura, completamente aliena da tendenze descrittive o addiritura didascaliche.

Queste rapide annotazioni possono valere da introduzione a “Skew-whiff”. Hayward, cantante, batterista, polistrumentista londinese attivo da oltre vent’anni sulle scene musicali “di confine”, costruisce l’album accostando materiali, toni, colori musicali di diversa matrice. Prende le mosse da brani a forte impronta ritmica, per arrivare gradualmente alla rarefazione della stessa componente a favore di una fluidità sonora compatta e continua. Il lavoro è articolato in cinque composizioni. Vediamole da vicino.

The actor merges with the crowd presenta una batteria in 4/4, con variazioni su cassa e rullante e altri supporti percussivi. Attorno al modulo ritmico si dispongono una serie di suoni registrati al contrario, provenienti da tastiere che sanno un poco di mellotron, qualche fiato, una chitarra. La voce inclina decisamente al parlato, con una scansione che si avvicina a quella tipica dei rapper e che se ne distacca in virtù di un’inflessione marcatamente londinese. Poco alla volta anche la batteria è risucchiata nel riavvolgimento dei nastri, in un progressivo impasto della tavolozza dei colori.

Cold Blue sun, quello del cielo d’Inghilterra, si suppone. È il secondo brano. Apre con un attacco di voce e rullante per tre battute, subito incalzato da una rullata e dall’intervento della cassa a impostare un ritmo serrato che mi ricorda nuovamente i modi del rap o, in parte, della house music. Nel pezzo le corde vocali fanno la loro seconda e ultima comparsa: una voce “recitante” (talking) con sovraincisioni di altre voci a velocità diverse. Verso la metà (1:21) s’inserisce in sottofondo un suono prolungato di organo, preannunciando il rallentamento ritmico e sonoro in arrivo con i brani seguenti. La concitazione ritmica e l’accumulazione delle voci portano il pezzo alla conclusione.

Smell of metal riprende alcune situazioni sonore del primo disco dei This Heat, il gruppo in cui militava Hayward fra la fine dei ’70 e l’inizio degli ’80, in assoluto uno dei migliori nel panorama musicale del periodo. Evidenti soprattutto i riferimenti al 24 track loop, specie alla versione edita nel Recommended Sampler del 1982 con il titolo Pools. È ancora la batteria a menare le danze, sempre con un tempo pari dove acquista rilievo l’azione velocizzante eseguita sul charleston, in contrasto con l’effetto ritardante dei colpi di rullante. La presenza di percussioni varie (naturali, sintetiche, mixate) rimanda a consuete abitudini di colorazione del ritmo del musicista e magari al multipercussionismo rumoristico del Bow Gamelan Ensemble di Londra.

Con Lopside il ritmo rallenta e i tempi si allungano (dodici minuti contro i mai più di sei dei brani precedenti). Anche i suoni, fra cui spicca quello del doussn’gouni, lungo strumento a canna degli aborigeni australiani, sono sottoposti a dilatazione. Su di un tessuto sonoro denso e omogeneo la batteria lievemente riverberata di Hayward economizza gli interventi. Le sonorità del drumming haywardiano rimandano, qui come in precedenza, a quelle della registrazione del disco “Der Mann in Fahrstuhl”, di Heiner Goebbels e Heiner Muller (ECM, 1988).

L’ultima e più conturbante composizione è Thames Water Authority, già comparsa su un disco dalla Sub Rosa nel 1989, insieme a un brano di Gigi Masin (titolo collettivo: Les nuovelles musiques de chambre 2). Ventuno minuti basati sull’emissione continuativa di sonorità fortemente scurate e taglienti, metalliche e magmatiche. La musica diviene materializzazione dell’idea del fluire (il brano è “un tributo alle nere e lente acque del Tamigi”, come si legge nella breve nota di accompagnamento del compact). E’ proprio nella concezione materica il tratto più interessante dell’intero lavoro. La musica, presa a blocchi o diretta in flussi, scandita in serrate figurazioni ritmiche o sottoposta a diluizione, acquista una consistenza fisica lontana da qualsiasi facile impressionismo descrittivo. Al contrario di quanto avviene oggi nella ambient music (per tacere della cosiddetta new age), dove il suono è concepito come accompagnamento di situazioni ambientali definite, qui la musica diventa essa stessa ambiente, materia, grumo di pochi colori fondamentali tenacemente impastati e distesi su una tela che forma un tutt’uno con la parete e non una decorazione posticcia appiccicatavi sopra. Secondo la lezione di Rothko. Su Charles Hayward, sul suo percorso artistico, sulle sue concezioni musicali torneremo presto.

da: Andrea Coralli, “Navigando sui mari di formaggio”, Auditorium Edizioni 1996 © Michele Coralli

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