Banksy: “Exit through the Gift Shop”

Banksy “Exit through the Gift Shop” (Feltrinelli Real Cinema, 2011)

Banksy non smette i panni di Banksy, neanche quando cambia arte: i panni di una maschera che lavora sulle cose, smascherandole. Quando non si fa vedere, la mattina dopo si scopre che ha agito. Quando agisce in piena luce, non si fa vedere. Ora ha curato un documentario – il genere che richiede al regista più invisibilità che mai – a partire delle immagini altrui, e solo alla fine si capisce che Banksy “ha agito”. Egli tratta i materiali girati da Thierry Guetta, l’uomo che voleva realizzare un documentario su di lui e sulla street art, come di solito fa con gli scenari individuati oculatamente per essere tranciati via dal tessuto cittadino e trasformati in oasi ideali o squarci di esercizio del pensiero: basi preesistenti con cui i suoi disegni interagiscono, ribaltandole di senso o rendendole spazi ambigui e inquietanti attraverso la loro ironica, sarcastica, satirica presenza di dettagli a margine.

Niente guerrilla art nel film, però, solo uno sguardo che si limita a orchestrare avendo cura di far udire anche il controcanto amaro alla vicenda. Controcanto che non si libra attraverso facili giustapposizioni: Banksy non costruisce, come farebbe Micheal Moore, il suo pensiero come attacco esplicito, analitico e caricaturale ad un pensiero opposto di cui sono comicizzati i punti deboli; la sua tesi è lentamente depositata in tricromia dallo stencil della struttura del film. Coerentemente con la sua attitudine di irrisione della realtà, infatti, egli riserva tale attitudine anche a quei sistemi che, spesso, questa la realtà la riproducono senza osservarla, oppure la (ri)creano mitizzando le sue immagini: la documentazione audiovisiva e il cinema. Il logo della Paranoid Pictures che parodizza quello Paramount, il fuorviante appellativo “senza sceneggiatura” con cui Banksy si riferì al suo film nel videomessaggio per la Berlinale 2010, la scelta -nonostante quell’appellativo- di un narratore il cui britannico aplomb fiabesco ironizzasse implicitamente sull’hollywoodiano lieto fine, il disegno dell’operatore video che sradica un fiore, sono tutte manifestazioni di un’ambivalenza verso il racconto per immagini che porta Banksy a far slittare il suo attraverso vari registri documentari, ognuno dei quali nega il precedente e problematizza ciò che ha mostrato.

Nel documentario (registro del tributo alla street art, dell’adesione alla passione dello sguardo di Guetta) si insinua il mockumentary (registro dell’assurdità del reale, in cui di solito la storia è talmente finta da sembrare vera, anche se qui è il contrario) fino a partorire una sorta di docu-mockery: una presa d’atto di come oggi, epoca di “artisticità/creatività” diffusa (dove le pagine dei social network in cui commentiamo compulsivamente le “cose belle” diventano gallerie d’arte riverniciate con la nostra personalità che ci illuminano d’una brillantezza di riflesso), sia possibile “fare arte” senza aver coltivato uno stile nè una visione organica delle cose e nondimeno essere ritenuti artisti, sbeffeggiando involontariamente la ricerca di quelli veri.

Guetta/Mr.Brainwash termina e annichilisce la concezione di Warhol: idea, ma fa produrre ad altri, pezzi a getto continuo servendosi di opere già esistenti, semplicemente variate e ibridate con altre opere scelte sfogliando i bignami di pop art. Le sue opere, prive di qualsivoglia significato, diventano rapidamente cose e paradossalmente è il suo pensiero a (de)comporsi in oggetto pop. Banksy non dileggia, semplicemente smaschera questa condizione tramutando Guetta nell’oggetto del film e la sua vicenda in un’opera d’arte: questa. Ironicamente conscio di aver contribuito, con il suo esempio di democratizzazione dell’arte, alla nascita di quest’anomalia d’artista già integrato nella riproducibilità commerciale da gift shop tipica dell’arte contemporanea, Banksy rafforza con orgoglio, nel contempo, la sua poetica, che parte dalla situazione di tale arte per cercarne sempre l’uscita.

2012 © altremusiche.it

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