Anouar Brahem – L’ud contemporaneo [intervista]

John Surman - Anouar Brahem - Dave Holland / Foto: Rolf M. Aagaard
Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli

Anouar Brahem è un compositore e suonatore di ud (liuto arabo), proveniente dalla Tunisia, molto incline alla contaminazione. Tale atteggiamento, favorito dalla predisposizione all’improvvisazione di gran parte della musica araba, trova riscontro in collaborazioni con musicisti “di confine” come Richard Galliano, François Couturier, Dave Holland e John Surman.

Chiediamo subito quale rapporto intercorre tra il musicista e la tradizione musicale colta tunisina così come quella popolare, dal momento che la percezione che il mondo occidentale ha di queste è di un tutt’uno indistinto. Brahem vuole invece sottolineare la sua “diversità” e la sua libertà dal segno lasciato dai padri. Egli si definisce infatti “compositore contemporaneo” svincolato dalla tradizione, alla ricerca di una sua strada assolutamente personale.

«Sono nato in Tunisia e ho sempre nutrito un profondo interesse nei confronti della musica araba tradizionale, nel senso di musica classica araba. Ho studiato questa musica con il mio maestro che mi ha insegnato l’arte dell’ud, poi ho continuato gli studi presso il Conservatorio di Tunisi».

Si studiano anche strumenti della tradizione araba?

«Si studiano sia gli strumenti tradizionali arabi, sia quelli che appartengono alla storia della musica colta europea. Io ho scelto di imparare a suonare l’ud e ho avuto come punto di riferimento il repertorio della musica colta scritto per quello strumento. Poi, quando ho incominciato a suonare dal vivo, ho preferito suonare la mia musica».

La sua musica aveva delle relazioni con la tradizione?

«No, quando un musicista sceglie di eseguire la propria musica, questa non deve essere per forza in relazione con quella dei propri padri. Per me è stato un itinerario naturale. Non ho la sensazione, quando lavoro, di prendere dalla tradizione. Lavoro secondo le mie concezioni su una musica che sento mia. Naturalmente non si può negare del tutto la tradizione, che ci si porta sempre dentro. Nella musica araba ci sono espressioni diverse, scuole differenti, a seconda della zona geografica: la musica cambia moltissimo dal Medio Oriente all’Andalusia, eppure normalmente viene considerata come appartenente ad un unico ceppo, ad un unico genere. Ci sono in realtà stili assai diversi, anche a seconda delle funzioni della musica, basti pensare a quella sacra e religiosa. Io ho iniziato un viaggio particolare in mezzo a queste realtà musicali, a partire dalla scuola arabo-andalusa e mediorientale di musica classica. Successivamente ho scoperto altre espressioni e questo è stato un modo per arricchirmi».

Quali sono le differenze tra queste diverse scuole?

«Anche in Europa esiste una realtà variegata, soprattutto a livello delle tradizioni popolari; pensiamo alla Scozia, all’Irlanda, alla Bretagna, alla Spagna. Un tempo anche la musica classica era diversificata nei diversi stili nazionali. Forse la musica araba è conosciuta attraverso espressioni come il rai, ma esistono repertori popolari come quello marocchino, all’interno del quale la musica dei popoli dell’Atalante si distingue marcatamente dalla musica araba. Anche in Algeria esistono scuole diverse. Ci sono modi particolari che possono cambiare oppure che, pur avendo la stessa struttura (do, mib, fa, sol, la, si, do, mib) con le medesime alterazioni e la stessa nota fondamentale, cambiano la natura nella pratica musicale per un diverso uso delle ornamentazioni o, ad esempio, per l’atmosfera che viene utilizzata. Pratiche e modi si possono riconoscere al momento dell’ascolto».

Questa pratica fa parte del maqam, la modalità araba?

«Si, il makam è la struttura modale della musica classica araba. Nella musica popolare le cose cambiano poiché qui si possono riscontrare influenze che si sono determinate anche prima della venuta degli arabi. probabilmente certe strutture modali derivano dalla musica punica o cartaginese, fenicia o romana. Molte cose esistevano già prima degli arabi e delle tracce di queste si possono ritrovare nella musica popolare. Così in Tunisia ritroviamo tracce di musica nera africana o della musica devozionale sufi, espressioni molto diverse tra loro e che non hanno nulla a che fare con il mondo arabo».

La Tunisia è separata dall’Italia dallo Stretto di Sicilia. In realtà la vicinanza, anche culturale tra nazioni del mediterraneo viene ormai riconosciuta da tutti.

«Certo il Mare Mediterraneo più che separare ha sempre valorizzato la circolazione delle persone e gli scambi culturali, sia in una direzione, che nell’altra. Nel passato la cultura araba ha caratterizzato il Sud d’Italia; oggi dall’Italia giungono le vostre canzoni».

Nell’ambito di questi scambi lei ha avuto contatti con musicisti italiani?

«Durante un incontro ho conosciuto Franco Battiato, il quale mi ha manifestato il desiderio di cantare una mia canzone in lingua araba in un suo spettacolo. Dopo questo simpatico scambio non c’è stata nessuna ulteriore collaborazione. Ho suonato poi con Antonello Salis, ma anche quello è stato un episodio sporadico. Mi piacerebbe trovare dei musicisti italiani con cui avviare qualche progetto, perché credo che ci sia qualcosa in comune nella sensibilità musicale che ci rende molto vicini. Non mi riferisco semplicemente a quelle espressioni più contaminate come la canzone popolare napoletana, ma proprio ad sensibilità comune».

Che tipo di produzione discografica esiste in Tunisia?

«Più che un’organizzazione discografica vera e propria con strutture di produzione e distribuzione, in Tunisia esiste un mercato di audio-cassette che i musicisti si autoproducono e che spesso vendono direttamente. Anch’io ho fatto così, fino a quando sono stato contattato dalla casa discografica tedesca Ecm».

da: “Auditorium reviews”, n.4, 1999 © Auditorium Edizioni / Michele Coralli

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