Alex De Grassi [BluesHouse, Milano, 26 novembre 2001]

Michele Coralli

Michele Coralli

Giornalista e scrittore, appassionato di musiche contemporanee, di solitudini marine e di paesaggi montani. Dirige e aggiorna altremusiche.it dal 2002.
Michele Coralli

Per una breve e fugace tournée ha fatto la sua comparsa su alcuni piccoli palchi di casa nostra Alex De Grassi, chitarrista acustico dal nobile lignaggio. Balzato agli onori delle cronache alla fine degli anni ’70, all’interno della fucina Windham Hill di William Ackerman (ancor prima della deriva superficiale sia dell’etichetta, sia di tutto il movimento new age), De Grassi può essere considerato a tutti gli effetti uno dei più autorevoli eredi della tradizione chitarristica bianca americana, che si evolve a partire da John Fahey, per passare da Robbie Basho e arrivare a Michael Hedges. Sotto il generico cappello di guitar music hanno convissuto, e convivono, stili diversi, tutti equidistanti da folk e blues tradizionali.

De Grassi è sempre stato il più “impressionistico” dei chitarristi americani: tecnica cristallina, armonie libere ma raramente dissonanti (distanti mille miglia da Fahey), attenzione per la melodia tratteggiata a brevi pennellate, prodigiosa diteggiatura soprattutto nella mano destra che gli consente mai esibiti virtuosismi, grande ricchezza nelle scelte timbriche e ritmiche.

Il concerto ci presenta un chitarrista che meriterebbe più una silenziosa sala (da concerto) che un locale adatto all’ascolto di musica più muscolare da accompagnare da copiose bevute di birra, ma tant’è. Il pubblico, ristretta cerchia di veri amanti del genere (tutti, o quasi, chitarristi) pende dalla sei corde del Nostro in religioso silenzio e uno dopo l’altro vengono snocciolati pezzi che appartengono al repertorio storico di De Grassi, partendo a ritroso da una delle ultime raccolte, quel Bolivian Blues Bar (Narada, 1999) che include standard jazz e blues come It’Aint Necessarily So di Gershwin o Goodbye Pie Pork Hat di Mingus. Ma non è questo il “vero” De Grassi (o perlomeno l’unico). Si passa infatti a quello che è sicuramente uno dei migliori dischi, Watergarden (Tropo, 1998), da cui vengono estratti Another Shore e Down Below tanto per citare i nostri preferiti. Ma non mancano salti nel passato come Turning o la celtica Inverness. Non ci si faccia ingannare dai referenti, De Grassi non è un mero esecutore o assemblatore di materiali. È al contrario un musicista vero, che assimila ed elabora repertori sulla base di un proprio stile riconoscibilissimo: jazz, blues, new age, ma soprattutto classica (Debussy e Grieg su tutti) sono gli orizzonti interiorizzati nella sua contemporary guitar. Si è ora aggiunto un lato più sperimentale (nascosto ai più) che il chitarrista americano ha messo in evidenza nella sua ultima pubblicazione, Shortwave Postcard. Tanto per rimettersi in discussione.

ottobre 2003 © altremusiche.it

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