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Alfredo Franchini: "Uomini e donne di Fabrizio De André" (Fratelli Frilli Editori)
 
di Michele Coralli
   

L'esegesi dell'opera artistica di Fabrizio De André, antologie scolastiche a parte, deve essere ancora avviata secondo approfondimenti che lo spessore del personaggio meriterebbe. D'altro canto sono ancora lì, a nostra disposizione, materiali come dischi, interviste, concerti e apparizioni televisive, il tutto a testimoniarci chi era veramente Fabrizio De André: un poeta che, come disse Moravia di Pasolini, si presenta a noi con la frequenza di uno ogni cento anni (salvo qualche esagerazione del buon vecchio Alberto...).
Del cantautore, dell'anarchico, del poeta dei vicoli se ne è fatto un gran parlare in questi ultimi anni e ancora si continuano a scrivere sofisticati elzeviri, che danno plurime visioni del personaggio attraverso episodi della sua vita (come il rapimento, il rapporto con la Sardegna, l'imbarazzo del cantante di fronte al successo), ma anche attraverso alcuni suoi interventi nel dibattito culturale (il valore dei dialetti, il decentramento del potere), e soprattutto attraverso le sue parole, su cui De André ha costruito la sua arte.
Raramente però questi resoconti sanno addentrarsi in quell'arte poetica che è passata, nel corso del secolo che ci siamo lasciati alle spalle, come un testimone dalle mani di alcuni letterati a quelle del cantautore. Estetica letteraria, quindi, ma anche passione civile e poetica musicale: questi potrebbero essere le ipotesi di lavoro da appuntarsi come riflessione culturale futura per un'analisi dell'opera di De André.
Spesso invece l'approccio critico più congeniale è quello biografico, forse perché è il più semplice, il più affettuoso, quello che non implica l'analisi asettica fatta con il timore di perdere il contatto con l'uomo e l'amico. Così anche in questo Uomini e donne di Fabrizio De André di Alfredo Franchini (Fratelli Frilli Editori, Genova 2003) non manca certo l'affetto nei confronti del personaggio. Franchini, sardo di adozione come De André, tratteggia i suoi ricordi attraverso momenti condivisi, interviste, tournée, cene, discussioni, che ci danno uno spaccato dell'originalità delle riflessioni del genovese. Preziose sono certe considerazioni di De André tratte da diversi contesti, che ci aiutano ad addentrarci nel fascino e nella ricchezza del suo pensiero.

Prendiamone tre non troppo a caso:
"Da un certo punto di vista penso che sia conciliabile l'anarco-individualismo steineriano con quello che si può identificare con certe pratiche Zen o con il controllo della propria centratura e, quindi, anche con le tecniche di meditazione. L'uomo si conforta nella solitudine per il contatto che può trovare con tutte le voci interiori ed esterne, con tutte quelle voci che arrivano dal subconscio, da quell'Anima universale di plotiniana memoria. Credo che sia meglio che l'uomo viva il più possibile da solo e che non faccia parte di nessuna organizzazione costituita, se non occasionalmente. Le organizzazioni sono la morte dell'uomo perché nascondono in sé i germi della violenza."

E ancora:
"Lo Stato non è che l'involucro burocratico di una nazione, è l'organizzazione verticistica, con la divisione dei sudditi in classi sociali. C'è chi lo vorrebbe più grande come gli europeisti e chi lo vorrebbe più piccolo come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di sentirmi partecipe di un grande privilegio: l'appartenenza alla razza umana. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti pensare alle due guerre. E d'altra parte una nazione europea esiste già e questi miei connazionali li frequento da decenni."

E per finire:
"Viviamo questa fine di millennio in un periodo di Basso impero. E il nuovo millennio? 'Sarà una società per lo più nomade, separata da due diverse funzioni dell'economia. Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro merce e dall'altra un'economia che si potrebbe definire del dono, se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi da un punto di vista spirituale."

Non basta solo questo per farci amare un personaggio che ben poco ha a che spartire con gli altri cantautori, con il mondo dello spettacolo, con il pensiero unico straripante in questa Italietta da Basso Impero? Noi crediamo di sì...

© altremusiche.it / Michele Coralli