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L'esegesi dell'opera artistica di Fabrizio De André,
antologie scolastiche a parte, deve essere ancora avviata secondo
approfondimenti che lo spessore del personaggio meriterebbe. D'altro
canto sono ancora lì, a nostra disposizione, materiali come
dischi, interviste, concerti e apparizioni televisive, il tutto
a testimoniarci chi era veramente Fabrizio De André: un poeta
che, come disse Moravia di Pasolini, si presenta a noi con la frequenza
di uno ogni cento anni (salvo qualche esagerazione del buon vecchio
Alberto...).
Del cantautore, dell'anarchico, del poeta dei vicoli se ne è
fatto un gran parlare in questi ultimi anni e ancora si continuano
a scrivere sofisticati elzeviri, che danno plurime visioni del personaggio
attraverso episodi della sua vita (come il rapimento, il rapporto
con la Sardegna, l'imbarazzo del cantante di fronte al successo),
ma anche attraverso alcuni suoi interventi nel dibattito culturale
(il valore dei dialetti, il decentramento del potere), e soprattutto
attraverso le sue parole, su cui De André ha costruito la
sua arte.
Raramente però questi resoconti sanno addentrarsi in quell'arte
poetica che è passata, nel corso del secolo che ci siamo
lasciati alle spalle, come un testimone dalle mani di alcuni letterati
a quelle del cantautore. Estetica letteraria, quindi, ma anche passione
civile e poetica musicale: questi potrebbero essere le ipotesi di
lavoro da appuntarsi come riflessione culturale futura per un'analisi
dell'opera di De André.
Spesso invece l'approccio critico più congeniale è
quello biografico, forse perché è il più semplice,
il più affettuoso, quello che non implica l'analisi asettica
fatta con il timore di perdere il contatto con l'uomo e l'amico.
Così anche in questo Uomini e donne di Fabrizio De André
di Alfredo Franchini (Fratelli Frilli Editori, Genova 2003)
non manca certo l'affetto nei confronti del personaggio. Franchini,
sardo di adozione come De André, tratteggia i suoi ricordi
attraverso momenti condivisi, interviste, tournée, cene,
discussioni, che ci danno uno spaccato dell'originalità delle
riflessioni del genovese. Preziose sono certe considerazioni di
De André tratte da diversi contesti, che ci aiutano ad addentrarci
nel fascino e nella ricchezza del suo pensiero.
Prendiamone tre non troppo a caso:
"Da un certo punto di vista penso che sia conciliabile l'anarco-individualismo
steineriano con quello che si può identificare con certe
pratiche Zen o con il controllo della propria centratura e, quindi,
anche con le tecniche di meditazione. L'uomo si conforta nella solitudine
per il contatto che può trovare con tutte le voci interiori
ed esterne, con tutte quelle voci che arrivano dal subconscio, da
quell'Anima universale di plotiniana memoria. Credo che sia meglio
che l'uomo viva il più possibile da solo e che non faccia
parte di nessuna organizzazione costituita, se non occasionalmente.
Le organizzazioni sono la morte dell'uomo perché nascondono
in sé i germi della violenza."
E ancora:
"Lo Stato non è che l'involucro burocratico di una
nazione, è l'organizzazione verticistica, con la divisione
dei sudditi in classi sociali. C'è chi lo vorrebbe più
grande come gli europeisti e chi lo vorrebbe più piccolo
come i secessionisti. Per quanto mi riguarda mi accontenterei di
sentirmi partecipe di un grande privilegio: l'appartenenza alla
razza umana. Certo uno Stato europeo mi fa paura come me la farebbe
uno Stato padano, come ci ha fatto paura lo Stato italiano, basti
pensare alle due guerre. E d'altra parte una nazione europea esiste
già e questi miei connazionali li frequento da decenni."
E per finire:
"Viviamo questa fine di millennio in un periodo di Basso
impero. E il nuovo millennio? 'Sarà una società per
lo più nomade, separata da due diverse funzioni dell'economia.
Da una parte coloro che riusciranno ancora a scambiare denaro contro
merce e dall'altra un'economia che si potrebbe definire del dono,
se non addirittura del mutuo soccorso. Penso che gli individui che
utilizzeranno questa seconda forma di scambio saranno più
numerosi degli altri e probabilmente migliori, più ricchi
da un punto di vista spirituale."
Non basta solo questo per farci amare un personaggio
che ben poco ha a che spartire con gli altri cantautori, con il
mondo dello spettacolo, con il pensiero unico straripante in questa
Italietta da Basso Impero? Noi crediamo di sì...
© altremusiche.it / Michele Coralli

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