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In un tardo pomeriggio milanese, che sa un po' di
happy hour, andiamo al concerto di una vecchia gloria del folk revival
anni '60 e '70, quel Robin Williamson che ebbe l'idea di creare
una delle formazioni più crepuscolari e difficilmente classificabili
di tutto quel movimento. Si chiamava Incredibile String Band e,
a dispetto di quel nome, non si faceva notare per le vertiginose
evoluzioni virtuosistiche sugli strumenti a corda, bensì
per una musica che - secondo le attuali inclinazioni tassonomiche
- non riusciamo definire in altro modo che weird, un miscuglio cioè
di tradizionalismo acustico, misticheria orientale e freakketonismo
underground. Questo succedeva qualche stagione fa, nel frattempo
molte cose sono cambiate. Il Williamson di oggi è un simpatico
signore attempato, che si diverte con qualche ballata easy-folk,
qualche gospel mirato al coinvolgimento del pubblico mediante chorus
a presa istantanea e l'immancabile blues da tardo impero. Ci si
aspetterebbe altro da uno che, non più tardi di una decina
di anni or sono, ha infilato nel catalogo Ecm un disco bellissimo
come "The Seed-at-Zero", nel quale ripescava grandissimi
poeti anglosassoni come Dylan Thomas, per rimestarli in una zuppa
bardo-celtica di una modernità che assai raramente si vede
da quelle parti. Al Music Club invece l'unico Dylan rievocato è
il più celebrato Bob, indubbiamente meno visionario del poeta
gallese, ma ancora INDISCUTIBILE per la generazione dei reduci degli
anni '60.
Non per noi, che, non sentendoci ancora tali, avremmo
voluto vedere il Williamson della grande poesia, quella dei Thomas,
degli Henry Vaughan, dei William Blake o dei Walt Whitman, ma anche
quello dei mille strumentini, dell'arpa celtica e dei penny whistle.
Ci si ritrova di fronte invece al Williamson globalizzato, cantante
di cassetta giulivamente devoto al credo di Scientology, discretamente
banale nel costruire scalette e grande amante della serenità
e dell'amor di coppia senile. Quando il tutto sembra tendere inesorabilmente
alla noia un paio di bis di classici come Painting Box e Matty Groves
riequilibrano l'esibizione confidenziale, perfetta per il pubblico
dell'happy hour. Ormai ci si salva solo a colpi di nostalgia.
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| novembre
2010 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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