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E’ stato il concerto conclusivo della quarta edizione
di Metropòli Jazz ma avrebbe potuto essere quello inaugurale per
importanza e spessore della proposta artistica. Il pubblico si è
ritrovato numeroso in una prestigiosa sede (quella del rinnovato
Dal Verme), nonostante la sfortunata coincidenza delle performance
di Mike Westbrook
all’Auditorium e dei Roxy Music al Forum.
L’omaggio a Robert Wyatt, uno dei personaggi più
seducenti della scena musicale di confine, che per anni si è mosso
con assoluta tranquillità e noncuranza delle regole del mercato
discografico, riesce a catalizzare l’attenzione non soltanto dei
nostalgici, ma anche di quel pubblico curioso di accostarsi a scene
meno rutilanti, ma non per questo meno suggestive. Sarà anche facile
cercare nel passato i propri maestri per dare maggior credito alla
propria proposta (cosa che, per inciso, fa anche Uri Caine), ma
non si può fare a meno di notare che la musica di Robert Wyatt,
quando viene ben compresa e assimilata, gode ancora di quella grazia
seducente, capace di coinvolgere musicisti di estrazione diversissima
(come nel recente The Different You messo in piedi da musicisti
nostrani).
Il progetto Soupsongs, licenziato da Wyatt
e fortemente voluto da Annie Whitehead, trombonista e arrangiatrice
inglese, gode di quella leggerezza e di quella forza evocativa,
rara nella gran parte dei rifacimenti dei classici. Dadaismo pop,
avanguardia e jazz africano sono alcuni dei geni presenti nel DNA
della musica wyattiana, necessari per dare linfa a quel patchwork
meticcio che trova sua naturale collocazione nell’ensemble della
Whitehead. Ian Maidman alla chitarra e voce (quasi imbarazzante
nella somiglianza con l’inconfondibile timbro vocale originale),
Larry Stabbins al sax tenore, Harry Beckett alla tromba, Janette
Mason al pianoforte e tastiere, Steve Lamb al basso, Liam Genockey
alla batteria e Julie
Tippett, voce storica dell’avanguardia jazz. Mancava purtroppo l’altro
mostro sacro Lol Coxhill, arruolato nel progetto ma assente dall’esibizione
milanese. Il gruppo ha iniziato il suo rodaggio in occasione del
Live & Direct Festival di Londra nel 1999, a cui ha fatto seguito
la pubblicazione di un album doppio inciso da Jazzprint.
Con una performance senza timori reverenziali, l’ensemble
snocciola una scaletta che si dipana dal leggendario Rock Botton
(album datato 1974) fino al recente Shleep (1997). Ecco allora
brani che i wyattiani più appassionati conservano nei recessi emozionali
più profondi: Alifib, Sea Song (resa forse un po’
troppo launge dalla sinuosa voce della Tippett) e Little Red
Riding Hood Hit The Road (che trova una rinnovata energia nell’esecuzione
del gruppo e nei splendidi soli di Beckett, che evoca Mongezi Feza,
e di Stabbins). Seguendo la cronologia discografica, fa capolino
il più disteso Ruth is Stranger Than Richard, da cui è stato
estratto tutto il Richard Side, che comprende la Muddy
Muose, scritta in collaborazione con Fred Frith, che spinge
la voce di Wyatt verso i registri sopranili, Soler Flares
e 5 black Notes and 1 White Note, che aprono ampi spazi alle
improvvisazioni del gruppo. Da Old Rottenhat vengono estratti
Alliance e The Age of Self, che bene interpretano
la disinvoltura politica di Wyatt, che per parlare di lotta di classe
utilizza corde non estranee agli orizzonti espressivi del jazz più
avvolgente. Il viaggio nel repertorio wyattiano si conclude con
Shleep, album alla cui realizzazione ha preso parte la stessa
Whitehead. Da quel lavoro vengono estratti l’iniziale Heaps of
Sheeps, Free Will and Testament (qui il “clone-Maidman”
si spinge quasi al plagio timbrico) e infine Sunday in Madrid.
Anche se nel suo inquadramento generale l’operazione
Soupsongs può apparire manierista nel peggiore dei casi o
semplicemente neoclassicista, non si può negarle la capacità di
definire un repertorio sulla base della sua unità espressiva e artistica,
riuscendo in ambiti “colti”, come si sta facendo in certi casi con
Frank Zappa, a fissare l’attenzione sull’altro Novecento, quello
collocato sulle linee di confine.
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| maggio
2002 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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