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Un concerto in versione 2009 dei Van Der Graaf Generator,
uno dei gruppi musicali più importanti non certamente dell'orticello
progressivo dei sempre più malinconicamente rimpianti anni
'70, ma di una buona fetta di musica d'arte del secondo Novecento,
è un continuo viaggio di andata e ritorno nella memoria.
Un movimento mentale che obbliga a prendere atto del tempo come
unica dimensione metafisica raggiungibile (forse) fin tanto che
si appartiene alla cerchia dei mortali. Nessun viaggio psichedelico,
bensì la lucida e consapevole convinzione che anche su uno
di quelli che ci ha spinto a riflessioni esistenziali in musica
possiamo applicare analoghe speculazioni.
Come nell'immortale immagine della compagna di vita
stesa nel letto nuziale in attesa di un rapporto sessuale tra corpi
avvizziti da un'esistenza ormai trascorsa, il tempo sembra abbandonare
un velo irrispettoso anche sulla musica. E non tanto perché
ci troviamo di fronte all'ennesima rock band con interi lustri sulle
spalle o almeno non solo per questo
Invece perché sul
nostro eroe i segni del tempo si concretizzano in modo inequivocabile
nel limite di accesso alle diverse gamme possibili in quel meraviglioso
strumento musicale che era la voce di Peter Hammill. Inevitabile
e ingeneroso metterlo troppo in evidenza visti i sessantun anni
compiuti. Il dato però non può non risaltare all'ascolto
di brani entrati nella storia in merito a un timbro divenuto (al
pari forse di una manciata di altri) assolutamente indimenticabile.
Un timbro così potentemente impostato sulla gola come quello
di Hammill non può rimanere inossidabile nel tempo, anche
se in studio pochi sono gli scarti. Ma non è tanto sulla
potenza che mancano raffronti, bensì sul limite di alcuni
registri come il noto falsetto che su brani come Lemmings (su cui
viene fatto oggi un radicale travestimento in senso "hard")
trasforma di molto il contenuto musicale. Qualcosa di nuovo quindi
che si sedimenta sul ricordo del vecchio: il viaggio mentale che
si diceva tra quello che risuona nella testa dell'ascoltatore dei
Van Der Graaf Generator (nel nostro caso con più di trent'anni
di trascorsi) e ciò che capita di sentire dal palco in piazza
a Trieste, in una torrida estate, anni e anni dopo la comparsa di
"Pawn Hearts" in casa. Nulla di grave, né di incomprensibile,
ovviamente. Semplicemente uno dei dati che si registrano.
L'altro, di poco secondario al primo, l'assenza dell'unica
altra voce capace di contrappuntare il proprio strumento con la
dignità del ruolo di co-protagonista (Hugh Banton non lo
è mai stato) a quello insuperabile di Hammill. Ci si riferisce
ovviamente alla mancanza del sassofonista David Jackson che non
fa parte della partita. Manca, inutile far finta di niente. Nell'economia
del gruppo c'era un suono di sax, spesso suonato in coppia tenore
e alto, che ora si fanno malinconicamente desiderare. La potenza
dei Van Der Graaf era incarnata dall'inedito e poderoso binomio
voce/sax. Non si vuole con questo minimizzare il ruolo di Banton,
sul quale vengono oggi "scaricate" le responsabilità
di fare quanto più suono possibile (cosa che, per inciso,
gli riesce anche bene con attraverso l'ausilio della pedaliera in
cui si dimostra, forse caso unico nel rock, insuperato interprete).
Tra i tre Van Der Graaf di oggi è forse quello che suona
davvero al meglio, anzi probabilmente meglio di un tempo, magari
perché definitivamente liberato dal confronto con gli altri
tastieristi progressive coevi, virtuosi dell'eccesso.
Da parte sua Guy Evans rimane fedele al modello di
batterista solido e affidabile. Ha sempre svolto un compito arduo,
aggravato dall'assenza di un bassista vero e proprio, ma è
sempre riuscito a farlo brillantemente. Nel porre il gruppo l'acceleratore
sul versante più duro conserva le raffinatezze di un tempo,
ma si concentra soprattutto sul dare potenza. Del resto la chiave
di volta di questa rilettura di classici del passato è prima
di tutto creare un vestito in grado di dare dimostrazione di forza
e di vigore nel sostenere il confronto dei decibel con molta musica
di oggi. Quanto è cambiato infatti il rock solamente in termini
di volumi?
Certo i Van Der Graaf non sono i Genesis, bensì
un gruppo che ha trovato non a caso simpatie anche da parte dei
cultori del punk rock o dell'heavy metal. In altre parole la potenza
di suono fin dai tempi di Darkness (II/II) non è mai mancata.
Alla luce poi della produzione degli anni '70 una certa discontinuità
tra i primi dischi più immaginifici e fantasiosi e i successivi
della prima reunion in poi ("Godbluff", "Still Life",
"World record", "The Quiet Zone, The Pleasure Dome")
appare abbastanza concreta. Duri, a volte spietati, questi ultimi
sono i dischi di rock progressivo più in sintonia con i tempi
storici del punk, quelli cioè che con fierezza hanno assorbito
il colpo di quell'offensiva mediatica.
Ed sono proprio quegli ultimi dischi, i più vicini a noi
anche nella prospettiva storica, a far da spina dorsale alla scaletta
del concerto 2009:
- The Sleepwalkers e Scorched Earth da "Godbluff";
- Childlike Faith in Childhood's End, La Rossa e il bis Still Life
dall'omonimo album;
- Meurglys III da "World record".
Mentre i primordi si toccano con Lemmings e Man-Erg da "Pawn
Hearts", l'album che ancora oggi rimane ampiamente il più
amato e richiesto.
Dal vivo ampi spazi all'interludio strumentale per
espandere i brani senza veri e propri assoli, visto che mancano
solisti. Ci si concentra inevitabilmente su Hammill. Già
perché malgrado tutto, cioè malgrado la profondità
della materia trattata, i Van Der Graaf hanno fatto soprattutto
canzoni (complesse, intricate, intercalate con stacchi degni di
qualche passaggio sinfonico, ma sempre canzoni) a differenza di
altri gruppi progressivi più sbilanciati sul fronte strumentale.
Nei live di Peter Hammill che ci era capitato di seguire (8 novembre
1987 al Conservatorio di Milano per "Musica del Nostro Tempo"
e 8 aprile 1988 al Bloom di Mezzago - dati desunti qui)
l'oggetto, ridotto all'osso dalla solitudine di Peter, appariva
chiaro come non mai, quasi ancor più ricco di fascino nel
suo offrirsi a orecchie d'intenditore.
Ma, a differenza di quanto ascoltato precedentemente quando attingere
al repertorio Van Der Graaf veniva fatto con assoluta parsimonia
(ci ricordiamo di una Refugees
), l'antologia 2009 guarda con
decisione al passato. L'attualità dei Van Der Graaf viene
quindi rappresentata da un solo brano da "Present" (2005)
e tre brani da "Trisector" (2008), la sinfonica Over the
Hill, l'hard All That Before (con interessanti riferimenti al sentirsi
perduti in chiave senile di Peter) e l'intricata Interference Patterns,
basata su sfasamenti melodici non del tutto estranei al phasing
di Steve Reich.
In conclusione un ritratto ricco di grande commozione
per un gruppo che ha più di quarant'anni sulle spalle e che
ha attraversato in maniera carbonara la storia di molti. Nell'ottica
esistenzialista hammilliana "what have we bargained, and what
have we lost?" non è difficile metterlo in bilancio,
in fondo, la realtà, quella che faticosamente conduciamo
nel corso della nostra quotidianità, è sotto gli occhi
di tutti, basta saperla mettere a fuoco. Alla luce di queste considerazioni
di poco conto comunque ancora non riusciamo a capire come molti
fans richiedano ancora Theme One come bis.
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| agosto
2009© altremusiche.it / Michele Coralli |
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