|
| |
Apre la stagione della milanese "Suoni e Visioni"
il violinista inglese Nigel Kennedy, musicista dalla carriera
divisa tra un promettente esordio in ambito classico sotto la guida
di Yehudi Menuhin e un nuovo corso improntato ad un rock sinfonico.
Dopo Riccardo Muti e Berliner Philarmoniker, una brusca virata dal
mondo di Bach e Vivaldi a quello di Jimi Hendrix (di cui Nigel si
è fatto interprete nel suo "The Kennedy Experience").
Sul palco del Dal Verme si presenta con un ensemble anglo-polacco
che comprende, tra gli altri, il chitarrista Jarek Smietana, il
trombettista Tomasz Nowack e la cantante meticcia Z Star. Tanto
per non smentire l'ansia di prendere certe posizioni che comunque
piacciono sempre a tutti i pubblici che assistono i concerti di
matrice rock, il caro Nigel si presenta con mazzo di bandiere della
pace e kefia attorno al capo dichiarando subito: "Chiedo scusa
per quello che sta facendo il mio primo ministro. Anche se l'ho
votato non significa che appoggi i suoi soldati". Grandi applausi
e si inizia con qualche assaggio di un jazz-rock che fa ben sperare:
due o tre pezzi ricchi di fraseggi zappiani, anche se su strutture
più convenzionali. Smietana si fa notare per un certo gusto
fusion "alla John Scofield", mentre il violino di Kennedy,
sempre troppo enfatizzato da una disattenta cura dei suoni, sa essere
spesso graffiante come lo era stato quello di un grande profeta
dell'archetto distorto come Jean-Luc Ponty. Tutto sommato la proposta
di Kennedy suona piacevolmente gradevole all'ascolto, anche se un
po' antiquata nell'ostinata alternanza dei soli di chitarra, violino,
piano/tastiere e tromba. I brani viaggiano su una lunghezza media
di 15 minuti e c'è lo spazio anche per qualche confronto
con il repertorio hendrixiano (tra cui una poco incisiva Little
Wing). Poi, improvvisamente, l'ensemble si apre ad uno scontato
pop in cui hanno modo di farsi notare le doti più convenzionali
della cantante Z Star e l'ironico gusto melodico di Nigel, che spesso
suona perfino mieloso.
A partire dal secondo appuntamento il festival si
tinge dei variegati colori dell'Africa con la coppia che porta sulle
proprie spalle una buona fetta di storia della musica di quel continente.
Da più di trent'anni il camerunese Manu Dibango e
il congolese Ray Lema sprizzano scintille con il loro afro-jazz,
che pur non conservando le asprezze di un tempo, sa mantenersi ancora
fresco e spumeggiante, come qualcuno ha dimostrato alzandosi per
dedicarsi a qualche passo di danza. Dibango si muove tra xilofono
e sax tenore (smaltato di bianco), che suona con ammirabile compostezza,
alla maniera di quelli che non hanno da dimostrare nulla (si chiamano
grandi?). Lema, da parte sua, si fa notare sulla tastiera del suo
piano per un tocco vellutato e incapace di creare urti, ma in grado
di dispensare dolcezze che fioriscono in modo mai retorico. Le composizioni
rimbalzano dall'uno all'altro (passando anche per un Homeless di
Paul Simon e Joseph Shabalala, ormai uno standard della musica afro).
L'atmosfera si mantiene costantemente ancorata alla sua dimensione
ritmica, per così dire, "sofisticata", poco ruvida,
ma ricca di evocazioni e rimandi. Un genere su tutti: il vicino
samba brasiliano, condotta di riferimento negli scambi tra le musiche
dei due continenti australi.
Nella scaletta del festival saltiamo gli appuntamenti con Orchestra
Baobab e il patchwork multimediale dedicato a De André, per
passare a Jon Hassell, uno di quei personaggi che raramente
mettono il naso fuori dalla propria tana californiana, qui in esclusiva
europea. Il trombettista si fa accompagnare da un trio elettronico
con basso, chitarra e tastiere (+ campionatori e abbondanti amenicoli
digitali), ma annotiamo anche la sfumata presenza di Paolo Fresu,
relegato sullo sfondo. La musica di Hassel, vecchia gloria della
scena sperimentale americana (area Terry Riley e La Monte Young),
non è più legata a un'idea di ricerca a tutto campo,
bensì più comodamente all'appoggio su una sponda tecnologica,
dietro cui viene spesso mascherata un'evidente austerità
di contenuti. Musica probabilmente troppo "loopata", troppo
legata ai feedback sulle macchine, in buona sostanza troppo poco
guardabile dal vivo per poter incantare il già freddo pubblico
milanese. Le basi sintetiche, le ritmiche soft e i tappeti armonici
ripetitivi per il sostegno ai pacati assolo di Hassel (che per la
verità ha un ottimo controllo dello strumento) finiscono
per produrre sopore, al posto di stupore, il tutto (tanto per mantenere
la rima) senza una goccia di sudore
Ovviamente ogni considerazione è frutto di
gusti personali, ma personalmente fatico a riconoscere dei validi
contenuti in un tipo di elettronica sacrale votata all'estetismo
del loop, che spesso diventa mera introspezione autoreferenziale.
Breve considerazione in calce: se il festival ha incarnato, nella
sua naturale vocazione alla commistione tra i generi, un ruolo quasi
pionieristico, non sarebbe il tempo di trovare qualche nuova formula
per dare rinnovati stimoli alla formula dei suoni e delle visioni?
| |
| dicembre
2003 © altremusiche.it / Michele Coralli |
|

|