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Suoni & Visioni '03

Milano, marzo-maggio 2003

di Michele Coralli
   

Apre la stagione della milanese "Suoni e Visioni" il violinista inglese Nigel Kennedy, musicista dalla carriera divisa tra un promettente esordio in ambito classico sotto la guida di Yehudi Menuhin e un nuovo corso improntato ad un rock sinfonico. Dopo Riccardo Muti e Berliner Philarmoniker, una brusca virata dal mondo di Bach e Vivaldi a quello di Jimi Hendrix (di cui Nigel si è fatto interprete nel suo "The Kennedy Experience"). Sul palco del Dal Verme si presenta con un ensemble anglo-polacco che comprende, tra gli altri, il chitarrista Jarek Smietana, il trombettista Tomasz Nowack e la cantante meticcia Z Star. Tanto per non smentire l'ansia di prendere certe posizioni che comunque piacciono sempre a tutti i pubblici che assistono i concerti di matrice rock, il caro Nigel si presenta con mazzo di bandiere della pace e kefia attorno al capo dichiarando subito: "Chiedo scusa per quello che sta facendo il mio primo ministro. Anche se l'ho votato non significa che appoggi i suoi soldati". Grandi applausi e si inizia con qualche assaggio di un jazz-rock che fa ben sperare: due o tre pezzi ricchi di fraseggi zappiani, anche se su strutture più convenzionali. Smietana si fa notare per un certo gusto fusion "alla John Scofield", mentre il violino di Kennedy, sempre troppo enfatizzato da una disattenta cura dei suoni, sa essere spesso graffiante come lo era stato quello di un grande profeta dell'archetto distorto come Jean-Luc Ponty. Tutto sommato la proposta di Kennedy suona piacevolmente gradevole all'ascolto, anche se un po' antiquata nell'ostinata alternanza dei soli di chitarra, violino, piano/tastiere e tromba. I brani viaggiano su una lunghezza media di 15 minuti e c'è lo spazio anche per qualche confronto con il repertorio hendrixiano (tra cui una poco incisiva Little Wing). Poi, improvvisamente, l'ensemble si apre ad uno scontato pop in cui hanno modo di farsi notare le doti più convenzionali della cantante Z Star e l'ironico gusto melodico di Nigel, che spesso suona perfino mieloso.

A partire dal secondo appuntamento il festival si tinge dei variegati colori dell'Africa con la coppia che porta sulle proprie spalle una buona fetta di storia della musica di quel continente. Da più di trent'anni il camerunese Manu Dibango e il congolese Ray Lema sprizzano scintille con il loro afro-jazz, che pur non conservando le asprezze di un tempo, sa mantenersi ancora fresco e spumeggiante, come qualcuno ha dimostrato alzandosi per dedicarsi a qualche passo di danza. Dibango si muove tra xilofono e sax tenore (smaltato di bianco), che suona con ammirabile compostezza, alla maniera di quelli che non hanno da dimostrare nulla (si chiamano grandi?). Lema, da parte sua, si fa notare sulla tastiera del suo piano per un tocco vellutato e incapace di creare urti, ma in grado di dispensare dolcezze che fioriscono in modo mai retorico. Le composizioni rimbalzano dall'uno all'altro (passando anche per un Homeless di Paul Simon e Joseph Shabalala, ormai uno standard della musica afro). L'atmosfera si mantiene costantemente ancorata alla sua dimensione ritmica, per così dire, "sofisticata", poco ruvida, ma ricca di evocazioni e rimandi. Un genere su tutti: il vicino samba brasiliano, condotta di riferimento negli scambi tra le musiche dei due continenti australi.


Nella scaletta del festival saltiamo gli appuntamenti con Orchestra Baobab e il patchwork multimediale dedicato a De André, per passare a Jon Hassell, uno di quei personaggi che raramente mettono il naso fuori dalla propria tana californiana, qui in esclusiva europea. Il trombettista si fa accompagnare da un trio elettronico con basso, chitarra e tastiere (+ campionatori e abbondanti amenicoli digitali), ma annotiamo anche la sfumata presenza di Paolo Fresu, relegato sullo sfondo. La musica di Hassel, vecchia gloria della scena sperimentale americana (area Terry Riley e La Monte Young), non è più legata a un'idea di ricerca a tutto campo, bensì più comodamente all'appoggio su una sponda tecnologica, dietro cui viene spesso mascherata un'evidente austerità di contenuti. Musica probabilmente troppo "loopata", troppo legata ai feedback sulle macchine, in buona sostanza troppo poco guardabile dal vivo per poter incantare il già freddo pubblico milanese. Le basi sintetiche, le ritmiche soft e i tappeti armonici ripetitivi per il sostegno ai pacati assolo di Hassel (che per la verità ha un ottimo controllo dello strumento) finiscono per produrre sopore, al posto di stupore, il tutto (tanto per mantenere la rima) senza una goccia di sudore…

Ovviamente ogni considerazione è frutto di gusti personali, ma personalmente fatico a riconoscere dei validi contenuti in un tipo di elettronica sacrale votata all'estetismo del loop, che spesso diventa mera introspezione autoreferenziale. Breve considerazione in calce: se il festival ha incarnato, nella sua naturale vocazione alla commistione tra i generi, un ruolo quasi pionieristico, non sarebbe il tempo di trovare qualche nuova formula per dare rinnovati stimoli alla formula dei suoni e delle visioni?

 
dicembre 2003 © altremusiche.it / Michele Coralli