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Alcune domande. Si parla tanto di contaminazione,
abbattimento degli steccati, trasversalità musicali; ma sono categorie
valide in assoluto? Chi contamina (alto-basso, destro-sinistra,
colto-popolare ecc.) è sempre nel giusto? La rottura delle convenzioni
è sempre innovativa?
Ieri sera è sembrato fosse possibile dare delle risposte
negative a queste domande. Forse perché un quartetto, formazione
colta per eccellenza non può, o deve, 'abbassarsi' a eseguire Hendrix
e altri?
No, il punto è un altro: la sensazione che dietro
la facciata l'operazione nasconda una dosa di eccessiva scaltrezza,
una trasversalità di comodo che quasi sfocia in un'abile manovra
di marketing.
I musicisti sono molto bravi, la loro preparazione
da diploma con lode. Suonano con grande rilassatezza, eseguono un
repertorio esclusivamente contemporaneo, molti compositori à la
page scrivono appositamente per loro.
Ma poi? Poi si può dire che la serata non ha riservato
particolari sussulti, non ha offerto colpi di musica, ma solo un'ordinata
sequenza di divertissement imbandita da quattro ragazzi americani
un po' burloni, un po' compiuti, nel loro ruolo di interpreti ufficiali
del quartetto novecentesco.
Tutto questo, o solo questo ci riserva l'avanguardia
statunitense? E come specificare la nozione di avanguardia rispetto
allo spettacolo di ieri sera? Qual'è la ricerca in corso? Da che
parte si sta andando?
Le considerazioni si chiudono con delle domande così
come si erano aperte, come per esprimere una perplessità tutt'altro
che dissolta e anzi sormontante.
| da:
Andrea Coralli, "Navigando sui mari di formaggio",
Auditorium Edizioni, 1996 © Michele Coralli |
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