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Pubblico d'età media sopra i trent'anni per Fred
Frith che torna a Milano come primattore, dopo una comparsa come
robusta spalla bassistica dei ghiribizzi sonori di John Zorn-Naked
City, nell'ottobre dell'89 allo Smeraldo. E il ritorno veste il
colore del rock in opposizione di due decenni fa...
Fred presenta per l'occasione i Keep the dog, una
formazione fondata all'inizio dell'89 allo scopo di riproporre brani
che non era mai riuscito a portare su un palco, attingendo al suo
repertorio solistico e a materiale originariamente scritto per i
gruppi Henry Cow, Art Bears, Skeleton Crew, per arrivare fino alle
più recenti imprese dell'ineffabile quartetto French, Frith, Kaiser,
Thompson. Complici compiacenti dell'avventura, che Frith dirige
alternandosi a chitarra, basso e violino, sono, dal Quebec, René
Lussier e Jean Derome (rispettivamente alla chitarra e al basso,
e ai sassofoni, fluato e fischietti), già Conventum e già accanto
al maestro in altre azioni di sabotaggio; Bob Osterag, del giro
dell'avanguardia zorniana newyorchese, al campionatore, radio, nastri
e rumoristica sintetica varia; Zeena Parkins, giovane ma valorosa
polistrumentista e improvvisatrice proveniente dall'area Recommended
(Lindsay Coooper, News from Babel), fra organo, fisarmonica e arpa;
per finire con Charles
Hayward, batterista-vocalista creativo, il cui ultimo disco
è recensito in questo stesso numero.
Oggi i ritrovi dell'opposizione politico-culturale,
non solo rock, hanno spesso il sapore (dolce-amaro) degli incontri
iniziatici o del convivio militante. Quella sera milanese allo Shocking
dovevano essere convenuti tutti i frithiani di metropoli e contorni,
con qualche "inviato speciale" d'oltrepadania: il locale
era comodamente pieno, senza rischi di soffocamento.
Il concerto è stata diviso in due parti da un intervallo
di una ventina di minuti e da approcci musicali abbastanza diversi.
Nella prima parte Frith e soci espongono il loro pluristilismo,
abbinando momenti di spasimo sperimentale ad altri improntati al
divertissiment e all'air à danser, come nel gusto del capobanda.
Le trovate sono spesso geniali, gli intrecci gradevolmente stranianti,
ma nell'insieme si avverte una certa pesantezza d'esecuzione, una
difficoltà a carburare, come se i musicisti avessero mangiato troppo
faticando nella digestione.
Nella seconda parte ritmi brutalmente primordiali
organati da basso e batteria (questa con charleston, cassa e rullante
molto serrati, in puro stile haywardiano) cedono improvvisamente
il passo all'apertura della porta della camera degli orrori, a un'armonia
turchesca melodizzata da chitarra e voce di Fred, al suo violino
che s'addentra in una giga da altopiano scozzese, agli antipodi
di certa world music risciacquata in Senna o Tamigi. Poi basso e
batteria partono di scatto su un ritmo hard-core, a cui Hayward
e Derome concedono la voce dell'urlo primitivo. La tensione cresce:
dopo la digestione la provvidenziale evacuzione. La furia si placa
in un ballabile rétro guidato dalla fisarmonica della Parkins, mentre
Lussier esegue una deliziosa linea melodica alla chitarra solista
con timbro cristallino, quasi Telecaster (si tratta in realtà di
una Les Paul). Se poi sax e violino intrecciano un motivo quasi
medioevale, Osterag si premura d'infastidire la quiete ritrovata
con l'emissione di nefandezze campionate, e tutto va per il meglio.
Poi, fra isteria e glamour, i tempi pari della batteria tornano
a scandire impressioni di un caos ordinato, su cui si conclude anche
la seconda parte della performance.
Il primo bis è un brano tratto da Gravity,
album del 1980 che rappresenta uno dei migliori momenti del lavoro
solista di Frith. Lo incorniciano pernacchi, l'armonica bocca a
cui si cimenta Hayward, con aggiunta di urla, ansimi, suoni di martelli
pneumatici attutiti, richiami ornitologici e varie amenità. Il secondo
bis è una nuova escursione rockettara guidata da un possente riff
del basso di Frith fino alla conclusiva citazione di Lost and
found, dal primo French, Frith, Kaiser, Thomson. Persi e ritrovati:
come attori e spettatori nei meandri sonori di quell'infaticabile
scavatore che è Fred Frith.
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da: Andrea Coralli, "Navigando sui mari di formaggio", Auditorium
Edizioni, 1996 © Michele Coralli |
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