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Wayne Horvitz, già leader di ensemble quali
Zony Mash, The President, fondatore e co-leader della New York Composers
Orchestra, membro dei Naked City di John Zorn, collaboratore di
Butch Morris, Bill Frisell, Bobby Previte e Kronos Quartet, potrebbe
solamente far valere questo curriculum per farsi accettare in qualsivoglia
circolo di affiliati post-avanguardisti. È allora con le
migliori aspettative di chi si aspetta fuochi e fiamme da una sua
fugace apparizione a Milano, che ci siamo spinti nella consueta
domenica mattina in quel di via Manzoni, nel teatro del presidente.
In attesa della sua comparsa scambiamo chiacchere
con chi si è avventurato qui a scatola chiusa: "Ma che
musica fa?" - "Fusion" - "A me piace Jarrett,
è molto diverso?" - "Oddio, mi sa di sì,
credo che sia molto più contaminato, forse anche più
violento!". Insomma è domenica mattina, non ci sentiamo
pronti per dei commenti a freddo. Poi leggiamo il programma: "Se
mi volete rendere infelice, usate la parola fusion per descrivere
la mia musica. E se volete aggiungere un insulto, metteteci la parola
eclettica." Ecco, come prima cosa l'abbiamo reso infelice.
Chissà poi se a eclettico, preferisce il termine contaminato?
Vabbè, non c'è male come inizio
Ma poi si parte davvero: sul palco Horvitz all'Hammond,
dall'aroma dolcemente acid jazz, dall'altra parte la moglie Robin
Holcomb al pianoforte e voce; in mezzo il chitarrista Timothy Young,
che più friselliano non si può, il contrabbassista
Tim Luntzel e il batterista Andy Roth, presentati come due fenomeni,
ma assolutamente pallidi. Sweeter Than The Day è il
titolo del set e un certo appiccicume dolciastro ci coglie nelle
prime manciate di canzoni della Holcomb, dalla tremula voce gutturale,
incapace di cambiare registro, ma costantemente sulla stessa frequenza
per tutto il concerto. C'è un po' di tradition, centrifugata
in salsa postmoderna, un po' di Dylan, un po' di blues, ma nel complesso
una grande quantità di canzoni anemiche, con pochi slanci.
Le cose migliori arrivano quando moglie e marito si scambiano i
ruoli, anzi quando la moglie scompare e il marito si mette al piano
per elargire qualche momento impalpabilmente più sghembo.
Ma l'approccio moderato prevale, il tema morriconiano minaccia continuamente
di fare la sua comparsa e una certa rilassatezza ha il sopravvento,
anche nell'assente rapporto con il pubblico, sempre generoso nei
confronti di un artista americano. Un'ora e mezza scivola via tra
la delusione di chi si aspettava qualche tema tagliente, e la soddisfazione
di chi invece non voleva rischiare troppo. Massì, in fondo
è sempre piacevole anche qualche virata bebop e nuovamente
qualche canzone a cori armonizzati per terze per addolcirci questa
grigia domenica milanese. Approposito, che si riferisse proprio
a questo Horvitz quando ha trovato il titolo del set?
Che siamo di fronte al più "convenzionale
degli sperimentatori newyorkesi" si può anche accettarlo,
ma che si arrivi a parlare di "avanguardia bianca" allora
qui a diventare infelici siamo noi, perché stride il confronto
con un tipo di approccio "nero", che non può essere
altri che un ben più importante free dai ben più influenti
apporti. Invece tutta quella scena newyorkese da cui, in tempi e
modi diversi, sono usciti personaggi come il nostro, Caine, Zorn,
Berne, Sharp, Kronos, Frisell, tanto per mettercene dentro un po'
alla cieca, sta mostrando ora tutti i suoi limiti artistici. L'eccessiva
vicinanza con certo rock americano vuoto e banale ha finito per
appiattire molti di questi artisti su posizioni prevedibili. Forse
hanno contaminato troppo, forse troppo poco, o forse invece hanno
esaurito le scorte, ma l'impressione sempre più evidente
è che il Downtown appaia oggi sempre più bollito.
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| febbraio
2004 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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