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In mezzo alla rassegna di concerti gratuiti organizzati
da Sonora l'estate scorsa a Milano, rassegna che per il resto ha
snocciolato le solite amenità fusion, brillava il nome della storica
Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. La ricostituita formazione,
che già nel 1987 aveva suonato a Milano, ha presentato un set basato
quasi esclusivamente sul recente album Dream keeeper (Polydor,
1990), premiato dal referendum di "Down beat" come miglior
disco jazz della stagione. Seri problemi organizzativi (l'acqua
che colava dal tendone sui musicisti, il vento che trascinava via
gli spartiti, la prematura conclusione del concerto per la tutela
della quiete notturna dell'evidentemente influente vicinato) non
hanno impedito a Haden e company di farci assistere a un'esibizione
convincente e a tratti toccante. Nella migliore tradizione dell'orchestra,
la musica eseguita accosta le diverse tradizioni del jazz (dallo
spiritual al free) a materiale desunto da tradizioni musicali popolari
o legate ai movimenti di protesta di questo secolo.
Rispetto allo splendido disco d'esordio del 1969,
uno dei lavori più belli dell'epoca, la Liberation Music Orchestra
mantiene le sue valenze politiche e protestatarie a livello di contenuti
e scelte del repertorio, smussandole però al livello più strettamente
musicale. Prevale infatti l'equilibrio dell'orchestrazione (affidata
alla cura sapiente di Carla Bley) sulle spinte improvvisative, pressoché
limitate ad alcuni interventi solistici, in particolar modo quelli
del sax alto di Ken McIntyre, l'unico vero elemento perturbatore
del gruppo. In luce, sul versante dei più disciplinati, Sharon Freeman
al corno francese, Tom Harrell alla tromba (anche se non mi è parso
il conclamato erede di Chet Baker di cui si parla) e Amina Mayers
al piano e alla voce (notevole l'interpretazione di Spiritual).
Dietro a tutti, a tessere le fila armoniche con le note precise
e "rotonde" del suo contrabbasso, Charlie Haden, coadiuvato
alla batteria dal fedele Paul Motian, unico sopravvissuto con lui
della formazione originaria. Fra i brani presentati, e che compaiono
anche sul disco della Polydor, segnaliamo il Canto del Pilon,
motivo della tradizione venezuelana, l'inno del movimento delle
donne anarchiche della guerra di Spagna, e Nkosi sikelel'i Afrika,
inno dell'African National Congress.
Nell'insieme l'attraversamento di stili e linguaggi
diversi permette all'orchestra di mantenere una rara freschezza
musicale, peraltro forse "troppo gradevole", ma mai comunque
subalterna alle logiche di merchandising tipiche della world music.
Peccato che l'imposizione di una soporifera tranquillità notturna
abbiano privato, come già avvenne quattro anni fa, pubblico e musicisti
dei bis.
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da: Andrea Coralli, "Navigando sui mari di formaggio", Auditorium
Edizioni, 1996 © Michele Coralli |
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