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C’è tra il pubblico della musica contemporanea un
assunto categorico che determina due classi distinte di persone:
quelli che odiano Glass e quelli che lo amano. Qualunque estimatore
della musica di oggi si deve porre o da una parte o dall’altra.
Ma, al di fuori di questo paradosso provocatorio
non del tutto esagerato, è pur vero che attorno al compositore minimalista
di Baltimora, si sono creati degli estremismi: sia quelli dei severi
detrattori, sia quelli dei fedelissimi ammiratori. Tutto ciò genera
contrapposte partigianerie, che si affrontano a suon di critiche
e insulti reciproci. Per onestà deontologica (soprattutto perché
non è nostra intenzione convincere nessuno) premettiamo di non far
parte della categoria degli amanti di Glass, anche se riconosciamo
in questo personaggio un’ importanza, soprattutto nella capacità
di comunicazione della sua musica, che ben pochi altri autori hanno
saputo esprimere dal Dopoguerra fino ad oggi.
Ai giorni nostri infatti si contano sulle dita di
una mano i compositori viventi che riescono a riempire le sale da
concerto in occasione dell’esecuzione di una loro sinfonia o di
un recital per pianoforte a loro dedicato. Per questo riconosciamo
a Glass una notevole capacità di giungere nel profondo degli animi,
utilizzando mezzi semplici e riuscendo con essi a muovere le corde
del cuore (la cui sollecitazione viene continuamente richiesta da
moltitudini di persone in cerca di struggimenti).
Ma sorge un dubbio banale che determina una domanda
abbastanza ovvia: perché un concerto di Glass riempe un grosso teatro,
mentre La fabbrica illuminata
di Nono racimola sì e no una trentina di persone in una città come
Milano?
Ancora più facile sarebbe mettere in causa ragioni
quali: l’esasperato desiderio di conformismo che comunque serpeggia
nei foyer delle nostre sale da concerto, o l’accidia che nega ogni
impegno nella fruizione musicale, o ancora la voglia di chiuderci
in noi stessi con la musica come compagna, per allontanare le nostre
ansie e allentare i nostri muscoli.
Ma probabilmente non sono questi i veri motivi.
Forse è proprio attraverso compositori come Glass
- che provengono dall’accademia e che, dopo un prolungato giretto
per il mondo a visitare le altre musiche, all’accademia ritornano
- che il miracolo del concerto, così come lo intendiamo da ormai
trecento anni, si rigenera. L’artista/artifex (in carne ed ossa)
può nuovamente essere celebrato. Una classe torna a riunirsi attorno
al proprio idolo nell’ambiente che le fa da specchio di vanità (looking-Glass?!).
E i critici colti possono finalmente scrivere su qualcuno che non
appartiene ancora ai Campi Elisi.
Basta assistere ad un concerto come quello del Teatro
Lirico di Milano (del 26 novembre scorso) per verificare di persona
come l’estasi del pubblico sia davvero palpabile in certi atteggiamenti
(teste ribaltate sulle poltrone, palpebre richiuse per interminabili
minuti accompagnate da un sorriso rilassato) e nei giudizi clamorosamente
mitizzanti (“dopo un concerto di Glass mi sento come se fossi nessuno”
o “se non ascolti Glass vuol dire che sei morto”) che tendono a
legittimare il sospetto che ci si trovi di fronte ad una casta di
discepoli sedotti da un magnetico messia. A lui vengono perdonati
il pianismo non certo cristallino, il grigiore dei colori e perfino
alcune stecche al pianoforte (forse nemmeno udite). Ma tutto questo
fa parte del rito compiuto dai fedeli nella celebrazione di un mito.
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| da:
"Auditorium reviews", n.2, 1998 © Michele Coralli |
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