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Jazz come rito di trasfigurazione, come purificazione
e tensione verso l'immateriale, ma soprattutto come cerimonia di
iniziazione al cerchio degli eletti, il mito di Jan Garbarek e della
sua musica apertamente evocativa si può racchiudere nell'evanescente
riverbero di una nota che decade subito dopo essere stata emessa.
Tutto scorre e si trasforma attraverso un tempo che non possiamo
né cogliere, né fermare. L'Oriente sembra averci indicato
molte cose, ma sono in pochi quelli che probabilmente hanno capito
qual è la strada da seguire. Garbarek guarda in quella direzione
e l'Oriente passa attraverso le colonne d'aria del suo soprano sotto
forma di scale ricche di frazionamenti tonali e movimenti melismatici
cari alle tradizioni non tonali extraeuropee. Gong e cimbali poi
costruiscono quel quadro da cartolina tibetana che può muovere
al misticismo anche il più arido ragioniere. Quando però
ci sembra aver chiaramente messo a fuoco il cammino da percorrere,
quella che suole dirsi "arte della variazione" (secondo
le buone regole occidentali) ci mette di fronte a un bel tappeto
di tastiere infarcito di assoli volti all'armonia più consolidata,
forse un po' troppo estetizzanti per poter rientrare in qualcosa
che sa di "tradizionalmente" jazz. Ma come di diceva prima,
questo è il vivido regno della trasfigurazione, in cui tutto
passa attraverso una ferrea condotta regolata da una rigida autodisciplina.
Il rapporto con il folk nord-europeo è sicuramente vissuto
come una ricerca delle radici, ma anche, come annullamento del legame
vincolante con le ormai sorpassate fantasie afroamericane. Il jazz
di Garbarek è un filo rosso che aggancia la misteriosa Norvegia
alla sterminata Asia, per poi ritornare alle platee occidentali,
infarcito al punto giusto.
In calce alcune sensazioni raccolte durante il concerto
del quartetto nella sempre più apprezzata sala dell'Auditorium
di Milano e limitate qui a un mero elenco di immagini annotate sul
mio taccuino: "lunghe suite dal suono molto controllato celano
al loro interno dimensioni che tendono ad un passato di militanza
sperimentale"; "Eberhard Weber: un basso troppo pedalato,
ma gradevolmente fusion, meglio di tanti cloni alla Peacock";
"Rainer Brüninghaus e Marilyn Mazur troppo comprimari
e poco personalizzanti, mestieranti di lusso (probabilmente molto
ben pagati)"; "simpatia e antipatia: Lou Reed viene in
Italia a dire: 'amo Italia, amo spaghetti, mandolino, ecc.' (o poco
ci manca) catturandosi le simpatie delle stampa alla ricerca del
vuoto, ma questi norvegesi temono che dire una parola faccia perdere
ogni afflato spirituale? Noi da che parte stiamo: da quella del
venditore di noccioline o del sacerdote?"
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| maggio
2003 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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