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Il carattere è demone all’uomo
(Eraclito)
Lasciamo da parte gli aspetti esteriori dell’artista,
che generalmente sono quelli che colpiscono l’impreparata stampa
nostrana, lasciamo stare l’enigmatica ambiguità gnoseologica (che
- a nostro parere, ma non è una giustificazione moralistica - considera
il Maligno più come metafora che come atto di fede), accantoniamo
gli atteggiamenti provocatori dell’artista, la sua diffidenza nei
confronti del pubblico e dei mass-media, ignoriamo il suo aspetto
truce e inquietante; rimane ciò che più ci interessa di questa grande
musicista/performer: la sua musica, la sua voce.
In un ora e mezza di recital, accompagnata dal solo
pianoforte, del quale dimostra di avere un’ottima padronanza, percorre
un viaggio di introspezione e scatenamento delle pulsioni psichiche
che non ha uguali. Si parla spesso di Diamanda Galas come di un’artista
che suona in stato di estasi e di possessione, agevolando una semplificazione
che porta all’esorcizzazione degli aspetti apparentemente morbosi,
per la paura dei contenuti scomodi (il diavolo l’ha inventato la
chiesa per terrorizzare i fedeli e renderli più remissivi di fronte
ad un Dio onnipotente). E se invece di usare la solita vecchia “tolleranza
repressiva” (concetto caro a Marcuse), potessimo imparare confrontarci
con le tesi politiche della Galas? Ci accorgeremmo che c’è dell’altro
oltre all’iconografia di diavoletti con le corna e i tridenti! Riportiamo
da un’intervista una considerazione della cantante, in cui viene
ipotizzato che in Africa “l’Organizzazione Mondiale della Sanità,
mettendo in atto una massiccia campagna di vaccinazione antivaiolosa,
abbia stimolato un virus dell’AIDS altrimenti latente.” (cit. dall’intervista
a Diamanda Galas, a cura di “Forced Exposure”, in “musiche”, n.11,
1991, p.12). Allora ecco il vero messaggio. Ecco il ruolo extra-musicale
o “sociale”: la Galas viene investita del ruolo di portavoce, presso
l’umanità sana, dei dolori e delle angosce dei reietti, cioè dei
malati di AIDS.
Chiedo
venia: non ho rispettato i propositi ostentati nel cappello introduttivo,
quelli di parlare della musica, ma la tentazione di rivendicare
una maggiore attenzione nei confronti di artisti che non parlano
di bulli e pupe e dei loro amori infranti era molto grossa.
La musica dicevamo. Ebbene il retaggio musicale di
Diamanda Galas è assai variegato, ella pesca a piene mani dal repertorio
blues (a ecco: la musica del diavolo!), dal gospel e dagli spirituals
(è il Male che si serve del Bene per manifestarsi o il Bene che
esorcizza il Male, purificando le sue nefandezze?), dalla tradizione
classica (il diavolo c’è perfino in Mozart e Beethoven, considerati
sempre e comunque il bambino prodigio e il genio infelice che descrive
le allegre brigate di campagnoli), dalla musica popolare urbana
greca (il rebétiko e il tabakaniótiko, eseguite negli anni tra le
due guerre nei café amán del Pireo sono altre musiche maledette,
nate dal sangue della guerra greco-turca tra il 1919 e il 1922).
Questi sono gli orizzonti musicali della Galas, che riorganizza
il suono, partendo dalle sue radici, dal motivo-essenza, per elaborare
qualcosa di nuovo, lavorando sulle strutture musicali, trasformando
i parametri: nei blues della musicista greco-americana, le armonie
standard (triadi perfette con la 7ª) vengono elaborate in accordi
eccedenti che superano la dissonanza ormai accettata della settima
minore, secondo procedimenti che nella musica colta furono avviati
già una ventina di lustri fa. Mentre i glissandi del cantato assumono
proporzioni inumane (scusate se insisto, ma è necessario scomodare
il diavolo o è sufficiente parlare di vero talento e di tecnica
sublime?), così come i suoi timbri vocali esplorano zone rimosse
e cancellate dalla coscienza collettiva, che solo personaggi come
il mai sufficientemente rimpianto Demetrio Stratos hanno avuto la
capacità di scandagliare. Testa, petto, naso, gola, diaframma: non
si parlerà mai abbastanza della complessità dello strumento musicale
per eccellenza, creato dalla natura e perfezionato dall’uomo, la
sua voce. Mentre - a nostro personalissimo parere - si può considerare
conclusa un certo tipo di sperimentazione legata ai suoni degli
strumenti tradizionali (cosa potrà mai offrire, dal punto di vista
timbrico, un violino, che non sia già stato messo in evidenza anche
dagli esponenti delle appendici delle avanguardie storiche? cosa
potrà ancora saltare fuori da strumenti come il pianoforte dopo
tutte le preparazioni e i “maltrattamenti” che ha subìto in questi
ultimi anni?), mentre, dicevamo, la sperimentazione strumentale
è sempre più legata agli aspetti informatici e digitali, circa le
capacità nascoste della voce si stanno aprendo territori vergini
e molto stimolanti, soprattutto per merito di interpreti femminili.
Penso a Meredith Monk e Joan LaBarbara naturalmente, anche se queste
esprimono esperienze assai diverse tra loro.
Tornando a Diamanda Galas e al suo concerto, riproponiamo
una scelta della scaletta che si è aperta, dopo un’entrata in scena
alquanto misteriosa (logicamente la cantante gioca con il suo personaggio,
anche se non appare la minima ironia), con un pezzo originale dai
toni blues, Abel and Cain
(tratto da Les fleurs du mal
di Baudelaire). Se abbiamo accettato il poeta maledetto francese,
processato per pubblicazione oscena, perché etichettare con un sorrisetto
ipocrita coniando definizioni graziose come “gusto dark” o “moda
demoniaca”, che equivale a condannare l’interpretazione da parte
della Galas dei versi del poeta? Race
d’Abel, dors, bois et mange / Dieu te sourit complaisamment // Race
de Caïn, dans la fange / Rampe et meurs misérablement (Razza
d’Abele, dormi, bevi e mangia / Dio ti sorride compiacente // Razza
di Caino, nel fango / striscia e muori miserabilmente). Non si può
intendere tutto ciò come qualcosa di politico ed esistenziale? I
ricchi e i poveri, gli integrati e i disadattati, i sani e i malati?
Andando
oltre troviamo un altro poeta francese, Gérard de Nerval con
Artémis (da Chimere): Celle
que j’aimai seul m’aime encor tendrement: / C’est la Mort - ou la
Morte... O délice! O tourment! (Colei che io amai solo, teneramente
mi ama / è la Morte - o la Morta... O delizia! O tormento!). La
morte, di fronte alla quale l’uomo occidentale non riesce ancora
a trovare delle risposte. La morte, che arriva sempre inaspettata.
Non poteva mancare allora anche Pasolini (che alla
vita e alla morte volle dedicare due trilogie cinematografiche,
la seconda delle quali rimase incompleta) con Supplica
a mia madre (da Poesia
in forma di rosa): Sei
insostituibile. Per questo è dannata / alla solitudine la vita che
mi hai data. Ce n’è abbastanza per tracciare un’interpretazione
psicoanalitica dell’arte, che però non è di nostra competenza. Fanno
parte infine della scaletta del concerto anche brani di Johnny Cash,
Phil Ochs, Son House, Mahalia Jackson e una fantastica My
world is empty without you delle Supremes. Il tutto in assoluta
discontinuità con l’originale, essendo ogni brano reinterpretato
a partire dalle proprie basi melodiche, ritmiche e armoniche, oltre
che stravolto da una voce di cui viene decantata l’estensione (come
se l’ambito fosse una misura da record del mondo in salto in lungo!).
In definitiva il recital della Galas è stato un avvenimento
intimamente coinvolgente, avendolo potuto apprezzare senza quelle
che qualcuno ha definito in passato sovrastrutture, ma che potremmo
definire anche pregiudizi, sia innoqui (facili infatuazioni per
la nera Galas, che producono emulazioni modaiole) sia dannosi (la
falsa tolleranza, come si diceva prima). E rendiamo omaggio al daímwn
misterioso che “possiede” Diamanda Galas, il demone misterioso ed
oscuro che secondo molti saggi e poeti greci costituisce l’essenza
più pura e profonda (e libera) dell’anima e che la religione cattolica
ha sempre reso oggetto di persecuzioni sanguinarie.
| da:
"Auditorium reviews", n.1, 1997 © Michele Coralli |
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