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Per una breve e fugace tournée ha fatto la sua comparsa
su alcuni piccoli palchi di casa nostra Alex De Grassi, chitarrista
acustico dal nobile lignaggio. Balzato agli onori delle cronache
alla fine degli anni ’70, all’interno della fucina Windham Hill
di William Ackerman (ancor prima della deriva superficiale sia dell’etichetta,
sia di tutto il movimento new age), De Grassi può essere considerato
a tutti gli effetti uno dei più autorevoli eredi della tradizione
chitarristica bianca americana, che si evolve a partire da John
Fahey, per passare da Robbie Basho e arrivare a Michael Hedges.
Sotto il generico cappello di guitar music hanno convissuto,
e convivono, stili diversi, tutti equidistanti da folk e blues tradizionali.
De Grassi è sempre stato il più “impressionistico”
dei chitarristi americani: tecnica cristallina, armonie libere ma
raramente dissonanti (distanti mille miglia da Fahey), attenzione
per la melodia tratteggiata a brevi pennellate, prodigiosa diteggiatura
soprattutto nella mano destra che gli consente mai esibiti virtuosismi,
grande ricchezza nelle scelte timbriche e ritmiche.
Il concerto ci presenta un chitarrista che meriterebbe
più una silenziosa sala (da concerto) che un locale adatto all’ascolto
di musica più muscolare da accompagnare da copiose bevute di birra,
ma tant’è. Il pubblico, ristretta cerchia di veri amanti del genere
(tutti, o quasi, chitarristi) pende dalla sei corde del Nostro in
religioso silenzio e uno dopo l’altro vengono snocciolati pezzi
che appartengono al repertorio storico di De Grassi, partendo a
ritroso da una delle ultime raccolte, quel Bolivian Blues Bar
(Narada, 1999) che include standard jazz e blues come It’Aint
Necessarily So di Gershwin o Goodbye Pie Pork Hat di
Mingus. Ma non è questo il “vero” De Grassi (o perlomeno l’unico).
Si passa infatti a quello che è sicuramente uno dei migliori dischi,
Watergarden (Tropo, 1998), da cui vengono estratti Another
Shore e Down Below tanto per citare i nostri preferiti.
Ma non mancano salti nel passato come Turning o la celtica
Inverness. Non ci si faccia ingannare dai referenti, De Grassi
non è un mero esecutore o assemblatore di materiali. È al contrario
un musicista vero, che assimila ed elabora repertori sulla base
di un proprio stile riconoscibilissimo: jazz, blues, new age, ma
soprattutto classica (Debussy e Grieg su tutti) sono gli orizzonti
interiorizzati nella sua contemporary guitar. Si è ora aggiunto
un lato più sperimentale (nascosto ai più) che il chitarrista americano
ha messo in evidenza nella sua ultima pubblicazione, Shortwave
Postcard. Tanto per rimettersi in discussione.
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| gennaio
2002 ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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