|
| |
Nella periferia londinese di Stratford, tra le grosse
arterie di collegamento con la City e gli imponenti lavori di ammodernamento
della linea ferroviaria, ascoltiamo due musicisti che da anni percorrono
le strade della scena creativa: l’americano Eugene Chadbourne e
l’inglese Billy Jenkins. La produzione discografica dei due si aggira
attorno a un centinaio di dischi che si muovono nelle direzioni
più disparate dell’improvvisazione e del blues radicale.
Solo per citare alcune delle loro collaborazioni: John Zorn, Jello
Biafra, Ben Elton, Voice of the People, Blues Collective, True Love
Collection, Cream.
Il Pigeons di Romford Road è un pub con live
shows aperti a contesti innovativi, ma calati sempre in una condizione
di "intrattenimento". L’impressione è che si possa
fare della musica "eterodossa" anche tra i rumori dei
bicchieri che vengono vuotati a ritmi vertiginosi e il brusio costante
che prevarica certi momenti di assottigliamento del volume sonoro.
Chadbourne e Jenkins non sembrano preoccuparsene
appena incominciano una lunga suite improvvisativa, che prende le
mosse da brevi cellule tematiche di sapore jazzistico, spezzate
qua e là da improvvise rotture della struttura ritmica. L’intesa
tra i due sembra procedere in assoluta naturalezza su pattern più
o meno precostituiti, spesso introdotti dall’americano, che conducono
verso ritmiche orientate sempre più spesso al blues e al
country, radici delle scelte improvvisative del duetto. Se Chadbourne
svolge un ruolo quasi direttivo, Jenkins segue timidamente l’incontenibile
fantasia produttiva del primo. Passano così i primi quarantacinque
minuti in bilico tra l’apertura a un contegno jazzistico e un atteggiamento
denigratorio e divertito che fa del rumore un’espressione che mira
a coinvolgere più che a provocare.
La "cheap guitar" da banco dei pegni di
Chadbourne è un’incredibile meccanismo di produzione di suoni
rividi e graffianti: si tratta di una semi-acustica polverosa e
disordinata, con i pick-up smontati completamente e riapplicati
all’interno della cassa armonica, da cui protende un enorme ciuffo
di vecchie corde che vengono scosse oppure fatte vibrare sopra quelle
in tensione; nella mani di Chadbourne diventa un sorprendente oggetto
sonoro che ha il medesimo fascino delle espressioni facciali divertite
del suo possessore. Un breve riff, che evoca un contesto rock di
facile presa, viene accompagnato dalla mimica comica del bonario
chitarrista che sul palco riesce a esprimere tutta la sua serenità
e la sua gioia di vivere. Jenkins, da parte sua, sembra cercare
con lo sguardo la guida dell’americano: i suoi interventi appaiono
inizialmente di risposta alle sollecitazioni più che di proposizione.
Ma non sarebbe onesto considerare Jenkins un mero gregario. Con
il passare del tempo, infatti, la sua performance diventa via via
più disinvolta: il suo chitarrismo esprime pulizia e potenza,
caratteristiche che si contrappongono in maniera dialettica al disordinato
e delicato Chadbourne.
Tra la prima e la seconda sessione si esibiscono
gli inglesi Kenny Process Team, trio progressive di basso, chitarra
e percussioni, il cui genere è riconducibile per certi versi
alla musica dei Curlew, da una parte (ma meno ricca di rimandi di
quella), e certi lavori degli U-Totem. Prevale un senso di allegria
ed epigrammaticità. I brani, costruiti su brevi giri sincopati,
non durano più di tre o quattro minuti e privilegiano armonie
maggiori, poco stridenti ma accattivanti.
La seconda parte del concerto dei due chitarristi
è maggiormente impostata su lunghe suite blues (rurale americano
e melodico britannico) e country, filtrati dalla continua volontà
di rottura della struttura a dodici battute, che viene ripresa e
abbandonata con grande libertà. I testi di Chadbourne nascono
spesso da spunti del momento: dalla possibilità di riavere
indietro i soldi del concerto alle bizze di un microfono che continua
a girarsi attorno al proprio perno, costringendo Chadbourne ad una
posa goffa.
Dopo l’esibizione incontro Eugene per una sfuggente
chiaccherata e i complimenti di rito. "Se va tutto bene - dice
- verrò in Italia a gennaio." We are looking forward.
|
|
da: "Auditorium reviews", n.4, 1999
© Michele Coralli
|
|

|
|