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A sei anni da Shleep, Robert Wyatt prosegue
placido il suo discorso musicale. Registrato a Londra nel nuovo
Gallery Studio dell'amico chitarrista Phil Manzanera, Cuckooland
conta ben 16 tracce, oltre 75 min. di musica. Doveva essere un doppio,
ma i costi di produzione hanno imposto tagli: la suddivisione in
due parti viene comunque mantenuta e segnalata da 30 secondi di
silenzio ("Uno spazio adatto a quelli con le orecchie stanche
per fare una pausa e riprendere l'ascolto più tardi").
L'atmosfera è distesa, priva di urgenze. Le
architetture sonore rimangono riconoscibili: poche note alle tastiere
e atipiche melodie scandite dall'inconfondibile voce, il suo strumento
primario. Qui Wyatt suona anche la tromba, un omaggio a Miles Davis,
in modo non dilettantesco. Ma gli arrangiamenti sono ricchi: si
attornia di musicisti jazz di primo livello quali l'esule israeliano
Gilad Atzmon (sassofonista che si definisce un artista politico;
è da poco uscito il suo Exile), Yaron Stavi (bassista,
anche lui israeliano e presente in Exile), Annie
Whitehead (trombone) e la voce di Karen Mantler (giovane figlia
di Carla Bley e Michael Mantler, vecchie conoscenze di Wyatt), che
firma anche tre brani. Ma anche Brian Eno e Paul Weller ci mettono
lo zampino e troviamo in un brano persino la chitarra dall'inconfondibile
suono Pink Floyd di David Gilmour (un po' fuori luogo, a dir la
verità).
Rispetto a Shleep (ovvio termine di paragone)
si nota una maggiore presenza di contenuti "politici":
dall'omaggio alla cultura rom di In the forest all'incubo
dell'invasione in Iraq (Lullaby for Hamza), dalla proliferazione
di armi nucleari in Medio Oriente (Foreign Accents) fino
al titolo stesso dell'opera: La terra dei cuculi, se si tiene
conto che il cuculo nella cultura anglosassone viene usato come
riferimento alla pazzia, si può leggere nel suo complesso
come un atto d'accusa ai potenti della terra che alla luce del sole,
sotto i nostri occhi sbigottiti, compiono scelte "insane".
Da citare ancora, almeno, Old Europe, omaggio alla grande
stagione del jazz anni '50 e la cover di un brano del 1961 della
coppia Jobim-de Moraes, Insensatez. Un album che non sorprende,
non si pone obiettivi avanguardistici, non travalica nuovi confini
di sperimentazione. Conferma, piuttosto, e molto piacevolmente,
gli altissimi livelli espressivi raggiunti dal santone del jazz
inglese.
© altremusiche.it / Michele Coralli

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