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Un doppio cd dedicato alla musica di Robert Wyatt
si apre con un brano del trombettista sudafricano Mongezi Feza,
Sonia, un delicato acquarello che sa di umido tropicale. Non è
un caso. Di Africa come di jazz afroamericano la musica di Wyatt
ne è intrisa. Le ragioni di questa contaminazione non sono
solo da ricercare nelle giovanili infatuazioni per Parker o Mingus,
ma anche nell’assiduo rapporto e di vicinanza con tutta quella schiera
di jazzisti che arricchirono la scena londinese a partire dalla
seconda metà degli anni ’60: da Mc Gregor a Moholo, da Parker
a Coxhill, da Tippett a Feza. Forse sta proprio in questa ibridazione
il fascino di quelle melodie che Wyatt estrae con la mano di un
prestigiatore da una antiquata tastiera vintage e dalla sua voce
unica. Alla fine doveva arrivare un disco che omaggiasse lo sfortunato
artista di Bristol e così è stato. Il merito dell’iniziativa
è da ascriversi allo stesso Wyatt e ad Annie Whitehead, trombinista
nell’organico di Shleep.
Radunati i collaboratori usuali della Whitehead e
alcuni nobili reduci come il Roxy Manzanera e Julie Tippett, l’occasione
per la presentazione del progetto è stata colta nel 1999
per un concerto che Jazzprint ha deciso di pubblicare. Nelle oltre
due ore di registrazioni si spazia su gran parte della produzione
solista di Wyatt, da Rock Bottom in avanti, con una certa
predilezione per il materiale di Ruth is Stranger than Richard
(come l’iniziale Sonia). Splendide le prove della Tippett,
una delle poche che riesce a catturare lo spirito wyattiano senza
imitarlo (cosa che risulta inevitabile all’altro cantante, Ian Maidman).
La Sea Song interpretata da Julie è di gran lunga superiore
rispetto alla Alifib/Alife di Ian. In certi frangenti l’ensamble
suona un po’ troppo blues (Soup Song), dribblando una certa ritmica
jazzy che è marca tipica dell’ex batterista dei Soft Machine.
Ma forse la vera cifra che manca in questo ensemble rispetto all’originale
è quel sottile velo di tristezza trasfigurata in pathos che
avvolge gran parte delle canzoni di Robert Wyatt, così come
anche certe sue cover tradizionalmente solari come Caimanera
o Yolanda. Per quanto forse di non facile eseguibilità,
questa raccolta avrebbe goduto di un più nobile profilo anche
con i brani più sperimentali, quelli del Wyatt patafisico:
da The End of an Ear a Moon in June per arrivare al
periodo Matching Mole, ambiti molto poco frequentati da chi si accosta
a quei repertori. In alternativa ci rimangono quei dischi storici
e imprescindibili, come tanta musica creativa di quel periodo.
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| ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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