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Tippett - Maidman - Whitehead - Khan - Beckett - Manzanera - Mason - Lamb - Genockey

"Soupsongs Live – The Music of Robert Wyatt" (Jazzprint, JPVP101CD, 2000)

di Michele Coralli
   

Un doppio cd dedicato alla musica di Robert Wyatt si apre con un brano del trombettista sudafricano Mongezi Feza, Sonia, un delicato acquarello che sa di umido tropicale. Non è un caso. Di Africa come di jazz afroamericano la musica di Wyatt ne è intrisa. Le ragioni di questa contaminazione non sono solo da ricercare nelle giovanili infatuazioni per Parker o Mingus, ma anche nell’assiduo rapporto e di vicinanza con tutta quella schiera di jazzisti che arricchirono la scena londinese a partire dalla seconda metà degli anni ’60: da Mc Gregor a Moholo, da Parker a Coxhill, da Tippett a Feza. Forse sta proprio in questa ibridazione il fascino di quelle melodie che Wyatt estrae con la mano di un prestigiatore da una antiquata tastiera vintage e dalla sua voce unica. Alla fine doveva arrivare un disco che omaggiasse lo sfortunato artista di Bristol e così è stato. Il merito dell’iniziativa è da ascriversi allo stesso Wyatt e ad Annie Whitehead, trombinista nell’organico di Shleep.

Radunati i collaboratori usuali della Whitehead e alcuni nobili reduci come il Roxy Manzanera e Julie Tippett, l’occasione per la presentazione del progetto è stata colta nel 1999 per un concerto che Jazzprint ha deciso di pubblicare. Nelle oltre due ore di registrazioni si spazia su gran parte della produzione solista di Wyatt, da Rock Bottom in avanti, con una certa predilezione per il materiale di Ruth is Stranger than Richard (come l’iniziale Sonia). Splendide le prove della Tippett, una delle poche che riesce a catturare lo spirito wyattiano senza imitarlo (cosa che risulta inevitabile all’altro cantante, Ian Maidman). La Sea Song interpretata da Julie è di gran lunga superiore rispetto alla Alifib/Alife di Ian. In certi frangenti l’ensamble suona un po’ troppo blues (Soup Song), dribblando una certa ritmica jazzy che è marca tipica dell’ex batterista dei Soft Machine. Ma forse la vera cifra che manca in questo ensemble rispetto all’originale è quel sottile velo di tristezza trasfigurata in pathos che avvolge gran parte delle canzoni di Robert Wyatt, così come anche certe sue cover tradizionalmente solari come Caimanera o Yolanda. Per quanto forse di non facile eseguibilità, questa raccolta avrebbe goduto di un più nobile profilo anche con i brani più sperimentali, quelli del Wyatt patafisico: da The End of an Ear a Moon in June per arrivare al periodo Matching Mole, ambiti molto poco frequentati da chi si accosta a quei repertori. In alternativa ci rimangono quei dischi storici e imprescindibili, come tanta musica creativa di quel periodo.

© altremusiche.it / Michele Coralli

Su am: vedi la recensione del concerto "Soupsongs" (Milano, 2001)