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Le Williamsburg Sonatas racchiudono un set di improvvisazioni
che Gianni Gebbia, Massimo Pupillo e Lukas Ligeti (il figlio di
György) hanno raccolto il primo febbraio del 2001 in quel di
Brooklyn e che solamente oggi trovano pubblicazione in uno dei migliori
dischi Wallace fin qui editi. Il trio, ruvido e scoppiettante, trova
fin dalle prime note una vena ispirata che riesce a mantenere fino
al termine delle otto "sonate" senza perdite di concentrazione
o cadute di tono. Su Gebbia non abbiamo dubbi di sorta: il suo sax
(qui alto) è sempre aspro e fantasioso, non riesce mai ad
annoiare in un mix che dosa l'esuberanza di Brötzmann e la
raffinatezza di Braxton e Ornette Colemann. A volte poi il suo strumento
si muta in fanfara etnica o in launeddas in un suono fiero di una
personale koinè musicale, rara in un mare di sassofonisti-emulatori.
Di Pupillo già si conoscevano le doti virtuosistiche, ma
soprattutto la capacità di sviluppare dal basso elettrico
idee utili per il gruppo. Questo trio (per lui progetto collaterale
di Zu) ampia notevolmente i paradigmi estemporanei, circoscritti
invece nel gruppo romano. Ligeti invece è una sorpresa. Compositore
(ha pubblicato per Tzadik dei lavori da camera) e batterista a fianco
a gente come Frith, Sharp, Kaiser, ha un suo gruppo, Beta Foly,
basato in Costa d'Avorio e tutta una serie di relazioni musicali
con il continente africano. Il suo drumming, denso e stratificato,
ricorda quello di Charles Hayward per decisione, pur giovandosi
di qualche fioritura in più rispetto all'inglese. Insieme
trovano un'intesa davvero sorprendente per un trio che non ci pare
abbia una storia comune a lungo condivisa. Forse bastano otto sonate
a trovare la migliore delle confidenze musicali.
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altremusiche.it / Michele Coralli |
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