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Certi luoghi assurgono agli onori della cronaca dei
giorni nostri soprattutto per le curiosità legate alle temperature
estreme che ci danno sollievo durante certi risvegli invernali dalle
nostre parti. Krasnojarsk è città meridionale della
Siberia, stazione di passaggio della ferrovia Transiberiana e località
da cui provengono i Pikapika Teart. Ensemble di sette elementi,
all'occorrenza nove, che si raccoglie attorno al bassista Maxim
Bulatov, autore della quasi totalià delle musiche, i Pikapika
si inseriscono a buon diritto, con questo loro primo lavoro ufficiale,
nella corrente progressiva globalizzata, quella che trova ormai
adepti in ogni angolo del pianeta. Tra le influenze citate nelle
note di copertina i soliti Henry Cow (ma possiamo aggiungere anche
tutto il resto della compagnia RIO), King Crimson, Volapuk e le
invitabili sponde classiche dei grandi russi come Stravinskij, Sostakovic
e Schittke, una delle triadi fondamentali del secolo che ha preceduto
l'attuale.
Ora, viste le premesse, non sarà molto difficile
immaginarsi quale tipo di scrittura venga messa in campo dai siberiani:
metriche dispari, intrico contrappuntistico e grande densità
armonica sono ormai tratti che accomunano gran parte dei gruppi
della recente nuova onda progressiva. Quel profondo senso di appartenenza
cameristico derivato certamente dai capostipiti del settore come
gli Henry Cow accomuna i Pikapika Teart a gruppi come Rational Diet
o Yugen, peraltro compagni di scuderia. Balzano agli occhi certamente
le scelte timbriche che optano spesso per strumenti dal suono pastoso
messi in contrasto con archi (violino e viola) e chitarre (il rimando
va al celebre fagotto di Lidsay Cooper, qui sostituito da un clarinetto
basso). Altro elemento molto riconoscibile il tratto localistico
di natura rapsodica. Sembra quasi un obbligo ormai inserire, a mo'
di "certificazione geografica tipica", elementi della
tradizione folklorica: in questo caso i frammenti di polivocalità
russa. Ma banalizzeremmo il discorso se ci soffermassimo troppo
sull'elemento esotico confezionato ad uso turistico. Il vero limite
di lavori come questo, che offre comunque ottimi spunti, è
la totalizzante nevrosi per la forma, concepita come un vero e proprio
timor vacui finalizzato a mettere in mostra le pur sostanziali doti
tecniche (non sempre coincidenti con quelle musicali). Bulatov e
compagni, pur non spingendosi agli eccessi di molti loro colleghi,
a tratti corrono il rischio di farsi intrappolare dai mortali ghiacci
della struttura. Rispetto ad altri, sembra che quelli non si sciolgano
proprio mai.
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altremusiche.it / Michele Coralli |
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