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Meredith Monk ha da poco, e precisamente dal 20 novembre
di quest'anno, passato la fatidica soglia dei sessant'anni, eppure
continuiamo a immaginare la sua figura come quella della giovane
sperimentatrice newyorkese, capace di regalare emozioni con la sua
arte fatta di suoni, immagini e movimenti, semplici, eppur mai scontati.
L'ispirazione di questa cantante, ballerina e performer sembra davvero
rinnovarsi ad ogni sua riproposta.
mercy, in cui viene ripercorso il filone inaugurato
con Dolmen Music (1981), nasce come lavoro multimediale,
realizzato assieme all'artista e creatrice di istallazioni Ann Hamilton.
L'insieme dei materiali musicali viene qui elaborato attraverso
l'espansione delle forme e l'inserimento di nuove parti strumentali,
precedentemente assenti nella versione multimediale. L'organico
del disco comprende tre strumentisti: al pianoforte, sintetizzatore,
viola e violino Allison Sniffin, alle percussioni, marimba e vibrafono
John Hollenbeck, ai clarinetti Bohdan Hilash; più un gruppo
di cantanti tra cui la stessa Monk, Ching Gonzales e Allison Easter,
già al suo fianco in passato.
La musica di mercy asseconda la consueta concezione
basata su processi di accumulazione che si dipanano a partire da
cellule elementari che vengono messe in sovrapposizione poliritmica,
secondo pratiche care a certo minimalismo storico.
La vocalità è l'elemento principe in ogni materiale
musicale di Meredith Monk: voce sussurrata, cantilenata, messa in
sovrapposizione, ricercata nelle sue dimensioni che sperimentano
canoni espressivi non ortodossi. I pattern strumentali vengono messi
a sostegno delle parti vocali, evocatrici di suoni dell'anima. Le
dimensioni della voce, che hanno trovato quotidiana frequentazione
nella sua pratica sperimentale, vivono in assoluta spontaneità
dentro strutture nate dalla ricerca come esigenza espressiva e non
come calcolo progettuale.
Come molti altri lavori di Meredith Monk, colpisce
il primitivismo della concezione, come la riduzione dell'idea germinale
e il trattamento essenziale delle parti. Un primitivismo che è
caratteristica del post-moderno capace di azzerare tutto per ripartire
da elementi storicizzabili, ma non storicizzati, in una reale e
assoluta contaminazione verticale (ossia storica) e orizzontale
(ossia geo-culturale).
Probabilmente questo mercy ha la forza di certi lavori della maturità
artistica, nei quali si riesce a offrire idee semplici, senza perdere
in essenzialità e in ricchezza. Così la grazia della
musica Meredith Monk è capace di pervaderci, sebbene priva,
nell'incompleta veste del supporto audio, di tutti quegli elementi
teatrali e multimediali, che, per una volta, sono davvero essenziali
al fine di poter assaporare l'interdisciplinarietà di questa
eclettica artista, dalla notevole carica comunicativa.
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| ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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