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Triplo disco in solo che presenta un doppio set di
improvvisazioni tra Parigi (26 novembre 2008) e Londra (1 dicembre
2008). Il titolo scelto, tenebroso, enigmatico, forse sinistro se
pensato in relazione alla spesso pubblicamente manifestata sindrome
da affaticamento che ha colpito Jarrett in anni recenti e che lo
ha tenuto lontano da esibizioni impegnative come le lunghe improvvisazioni
in solo, potrebbe far pensare a un bilancio di fine mandato in tema
di concerti solitari. Ma, scartata l'idea che il pianista possa
aver scritto il suo testamento definitivo a soli 64 anni, si opta
per una semplice allusione ai problemi famigliari, cui lo stesso
Jarrett fa riferimento nelle note di copertina (cosa che, detto
per inciso, non interessa molto, come non interessa gran parte delle
nevrosi della persona).
Detto questo, le due session paiono particolarmente
ispirate, proprio per quanto di più interiormente espressivo
il pianista è riuscito a cavare in quei contesti. Un ventaglio
di pattern molto ampio (soprattutto molto tipici, se pensiamo ai
persistenti e secchi ostinati alla mano sinistra come lunga base
di sostegno al solo della destra) che riesce a catturare gli ascoltatori
quasi ad ogni cambio di scena. Il set di improvvisazioni parigine,
suddiviso in otto parti di media durata, parla più forse
alla mente che al cuore, per via di una serie di excursus nel terreno
dell'informale, o dall'altro canto della costruzione melodica di
ascendenza, o meglio di ispirazione tardo-romantica. Poi gli ammiccamenti
all'universo dello standard, il recupero del feeling del più
rassicurante gospel o del più zampettato bebop.
A Londra (dodici le parti in questo caso) invece
Jarrett tira fuori più anima, veicolandola attraverso uno
degli ingredienti più riscoperti: il blues. Anche se, contestualmente
a qualche piccola sbavatura dal sapore molto umano che depura l'interpretazione
da quel perfezionismo delle sessioni giapponesi che aveva probabilmente
reso le esibizioni troppo fredde, o troppo giapponesi. Qui più
che la perfezione quindi coglie nel segno il trasporto complessivo,
la scelta dei colori sempre molto ben identificati, la convinzione
nel portare le frasi, di trovare esiti e sviluppi. La Parte I parigina
è fin memorabile nel suo muoversi attorno ad un sofferto
centro armonico in modo cromatico. La Parte II si giustappone in
modo pressoché perfetto, quasi come un tempo di sonata. Ed
è probabilmente questo il migliore Jarrett, almeno quello
più musicale in termini puramente razionali. Quando poi arrivano
i blues a presa rapida lanciati al pubblico osannante, non si può
far a meno di farsi coinvolgere in un rito collettivo molto educato,
quello della musica che muove emozioni. Senza flash, senza colpi
di tosse, senza distrazioni. Una musica fatta di sole note.
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altremusiche.it / Michele Coralli |
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