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Banda Ionica

"Matri mia" (Dunya Records, FY 8050, 2002)

di Michele Coralli
   

Le note dolenti di una marcia da processione, in forza ai repertori per le varie settimane sante, beatificazioni e pellegrinaggi pagani, intridono l’ambiguo suono della Banda Ionica, progetto di Fabio Barovero e Roy Paci già attivo dal 1999 (il primo esito discografico risale proprio a tre anni fa con Passione). Suono ambiguo, perché fortemente ibrido e non tradizionale, orientato sia alla commistione musicale che al sincretismo culturale, nella migliore tradizione sacra popolare. La banda, si sa, non ha mai goduto in Italia di quella fortuna cantata da Mina nella celebre canzone di Chico Barque de Hollanda, ma, al contrario, è sempre stata guardata, anche all’interno della ristretta cerchia degli amanti della musica tradizionale, come qualcosa da mettere più in relazione con repertori spuri di derivazione operistica, nel migliore dei casi, o con le belle gambe delle majorettes, nel peggiore (ma dipende dai gusti).

La storia recente ha riaperto il capitolo bande, riuscendo a concentrare su di esse gli onori delle cronache musicali nostrane. Aggiungo anche che, ma questo è un parere personalissimo, attraverso la valorizzazioni di tradizioni preziose come questa si può trovare una via di uscita che ritardi la tendenza alla globalizzazione come omogeneizzazione di tutte le culture. Citiamo per onore di cronaca gli illustri antecedenti di Gianluigi Trovesi che nella bergamasca ha ravvivato la scena bandistica locale e Pino Minafra che con la sua banda di Ruvo di Puglia ha riallacciato i repertori tradizionali con quelli jazzistici in un’operazione che anche all’estero è stata molto gradita.

Questo lungo preambolo per dire che Matri mia, che si inserisce in questo neofilone italico, non sfigura affatto di fronte ai colleghi bergamaschi e pugliesi. E non solo per gli ospiti raccolti qui per l’occasione: un partecipato Vinicio Capossela nella bellissima Santissima dei Naufragati (canzone sul mare dalla rara intensità), i due La Crus Cremonesi, autore di testi, e Giovanardi, cantante dall’esibita indole struggente, Cristina Zavalloni, una delle migliori vocalist del disco, già nota al pubblico della musica contemporanea, Arthur H e Macaco El Mono Loco, che regalano quei sapori linguistici stranianti accanto a brani come Giocondità (che qui sa davvero di majorettes che sfilano di fronte palco delle autorità). Ma qui non si vuole negare nessuno sostrato, nemmeno quello delle nuove voci e dei suoni che sentiamo nelle nostre periferie accanto ai vecchi dialetti. Si genera così l’incontro tra il sacro e il profano, il vecchio e il nuovo, il comunitario e l’extracomunitario. Non la chiamano anche questa globalizzazione?

© altremusiche.it / Michele Coralli