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Le note dolenti di una marcia da processione, in
forza ai repertori per le varie settimane sante, beatificazioni
e pellegrinaggi pagani, intridono l’ambiguo suono della Banda Ionica,
progetto di Fabio Barovero e Roy Paci già attivo dal 1999
(il primo esito discografico risale proprio a tre anni fa con Passione).
Suono ambiguo, perché fortemente ibrido e non tradizionale,
orientato sia alla commistione musicale che al sincretismo culturale,
nella migliore tradizione sacra popolare. La banda, si sa, non ha
mai goduto in Italia di quella fortuna cantata da Mina nella celebre
canzone di Chico Barque de Hollanda, ma, al contrario, è
sempre stata guardata, anche all’interno della ristretta cerchia
degli amanti della musica tradizionale, come qualcosa da mettere
più in relazione con repertori spuri di derivazione operistica,
nel migliore dei casi, o con le belle gambe delle majorettes, nel
peggiore (ma dipende dai gusti).
La storia recente ha riaperto il capitolo bande,
riuscendo a concentrare su di esse gli onori delle cronache musicali
nostrane. Aggiungo anche che, ma questo è un parere personalissimo,
attraverso la valorizzazioni di tradizioni preziose come questa
si può trovare una via di uscita che ritardi la tendenza
alla globalizzazione come omogeneizzazione di tutte le culture.
Citiamo per onore di cronaca gli illustri antecedenti di Gianluigi
Trovesi che nella bergamasca ha ravvivato la scena bandistica
locale e Pino Minafra che con la sua banda di Ruvo di Puglia ha
riallacciato i repertori tradizionali con quelli jazzistici in un’operazione
che anche all’estero è stata molto gradita.
Questo
lungo preambolo per dire che Matri mia, che si inserisce in questo
neofilone italico, non sfigura affatto di fronte ai colleghi bergamaschi
e pugliesi. E non solo per gli ospiti raccolti qui per l’occasione:
un partecipato Vinicio Capossela nella bellissima Santissima
dei Naufragati (canzone sul mare dalla rara intensità),
i due La Crus Cremonesi, autore di testi, e Giovanardi, cantante
dall’esibita indole struggente, Cristina Zavalloni, una delle migliori
vocalist del disco, già nota al pubblico della musica contemporanea,
Arthur H e Macaco El Mono Loco, che regalano quei sapori linguistici
stranianti accanto a brani come Giocondità (che qui
sa davvero di majorettes che sfilano di fronte palco delle autorità).
Ma qui non si vuole negare nessuno sostrato, nemmeno quello delle
nuove voci e dei suoni che sentiamo nelle nostre periferie accanto
ai vecchi dialetti. Si genera così l’incontro tra il sacro
e il profano, il vecchio e il nuovo, il comunitario e l’extracomunitario.
Non la chiamano anche questa globalizzazione?
© altremusiche.it / Michele Coralli
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