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Equivoci, forse non tanto come fraintendimenti, quanto
come incroci casuali che generano esiti inaspettati, accostamenti
di gusti non accoppiati e inattesi, come il dolce suono di un ricercare
tardo-rinascimentale e l'acre odore dell'avanguardia. Forse è
proprio questa la strada da percorrere per provare qualche straccio
di emozione in mezzo a tante, pretestuose e inutili contaminazioni.
Il chitarrista Maurizio Grandinetti ha trovato un percorso coerente
e fantasioso nell'accostamento/giustapposizione tra una mezza dozzina
di composizioni del compositore elisabettiano John Dowland e otto
brani di John Cage.
Ora è noto che nessuno dei due abbia concepito nessuna delle
opere in questione per chitarra, bensì il primo si è
cimentato nel liuto e il secondo sui celebri pianoforti preparati
e altri strumenti utilizzati in maniera non ortodossa. Grandinetti
traduce tutto per la sua chitarra: senza problemi nel primo caso,
con qualche sforzo di fantasia invece di fronte al problema della
preparazione della chitarra, a cui si fa fronte con dovizia di mollette,
pezzi di legno e di metallo per ricostruire o rievocare quel suono
così gamelan di matrice cageina, celebrato nei pianoforti
a coda di una buona schiera di pianisti d'avanguardia.
Non si riesce a capire se suonano più cristallini i preludi
e le fantasie di Dowland, piuttosto che i brani di Cage come In
a Landscape o Music for Marcel Duchamp. Entrambi labirinti
in cui è bello perdersi.
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| ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
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