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Maria Pia De Vito

"Nel respiro" (Provocateur, PVC 1031, 2002)

di Michele Coralli
   

L’avevamo vista dal vivo in duo assieme a Rita Marcotulli e in gruppo accanto a personaggi di grande lavatura come Ralph Towner, Steve Swallow e il pianista John Taylor. L’impressione è stata forte, sia per la bellezza della voce, sia per la sua estrosa indole creativa. La cantante napoletana Maria Pia De Vito sembra possedere una naturale predisposizione alla ricerca di percorsi espressivi che riescono a lambire tante rive, senza produrre il ben che minimo ristagno.

Nel respiro è la conferma della positiva sensazione ricevuta dal vivo. Abbandonate le vesti di una più scontata “napoletanità”, più accentuata nel precedente Verso, la De Vito dà prova di aver raggiunto un completo livello di maturità in un lavoro che è degno di essere segnalato come una delle nuove uscite più interessanti nell’ambito del jazz nostrano (ma è poi jazz?). Anche in queso caso il personale all’opera comprende, come nel precedente, Towner e Taylor, a cui si aggiungono Swallow e Patrice Heral, alle prese con batteria e sampler. Grande la varietà: si apre con Raffish, brano di Towner che evoca i Weather Report di Birdland. Segue Nel respiro, un pezzo per voce sola costruito con sampler che riproduce ritmi generati dal respiro della cantante, capace di ricucire armonie che in altri contesti geografici sarebbero sicuramente state definite “tribali o sciamaniche”. Some Echoes e Yearning si diluiscono in bevande dal sapore lounge, anche se mai banali, mentre altre composizioni come Now and Zen e Pure and Simple vivono felicemente nella libertà assoluta che la voce riesce a ritagliarsi attraverso tutte le sue stratificazioni. Poi Miguilim della Marcotulli, brano per voce e pianoforte, con una melodia in stile cartoon costruita su valori prossimi alla biscroma e su un tempo in cui noi che ascoltiamo fatichiamo a trovare le pause per il respiro.

Ma è proprio quell’aria, che converge nella gola di Maria Pia, che è capace di creare ammirevoli effetti ipnotici. Colpisce la purezza del suo timbro e l’assoluta disinvoltura nel destreggiarsi in arzigogolati fraseggi. Possibile tirare in ballo Sainkho Namtchylak e certi esperimenti di Demetrio Stratos o di Meredith Monk?

© altremusiche.it / Michele Coralli

Su am: vedi la recensione di "Tumulti" di De Vito, Heral, Urbanek, Reijseger