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In punta di piedi lungo i fraseggi più tortuosi
o nella più impetuosa improvvisazione l'ormai navigata coppia
Courvoisier/Feldman viaggia lungo rotte eterodosse che li tengono
al sicuro anche in mari non sempre facili da percorrere. L'incontro
tra la rigida disciplina della compagine classico-contemporanea
e l'educatissimo approccio improvvisativo di stampo europeo rendono
la loro musica un raffinato melange di suoni che riportano alla
memoria - per quanto solamente evocati nelle loro intime essenze
- autori come Cage e Messiaen. A quest'ultimo in particolare la
pianista svizzera rende un vero e proprio omaggio in un intricato
Messiaenesque che è uno dei momenti più intensi del
lavoro. Piace questo perdersi con rigore tra i suoni improvvisando,
cosa che continua a essere sempre la miglior pratica jazzistica,
molto meno l'inseguirsi nelle vorticose linee scalari che sanno
troppo di vecchio virtuosismo ad uso e consumo di pubblici facilmente
impressionabili. La forma perfetta in quartetti come questo (gli
altri due sono Thomas Morgan a contrabbasso e Gerry Hemingway alla
batteria) è quella che trova rigido equilibrio tra scrittura
e improvvisazione. Si protende per le scritture collettive e per
i brani in cui vive di maggiori luci il pianoforte della Courvoisier,
che sa esprimere lirismo e irruenza al pari livello di intensità
e, cosa rara per una/un pianista, tiene sempre il proprio suono
lontano da malinconie mistiche o vezzi salottieri - cosa che invece
al marito riesce meno
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altremusiche.it / Michele Coralli |
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