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Sylvano Bussotti
The Rara Requiem (CD, Col Legno, WWE 20221, 2005)
di Michele Coralli
   

Certa musica cosiddetta contemporanea segna il passo di fronte ai quasi quarant'anni che ci separano dal suo concepimento e, anche se si continua a darne questa definizione, molte opere composte tra gli anni '50 e, soprattutto '60, portano in sé i segni di un fatale quanto rapido invecchiamento che le ha portate dall'avanguardia (ovvero dal tempo dell'anticipazione) alla storia (il tempo dell'archiviazione). Il paradosso è che molte opere hanno finito per non riuscire mai a passare dal presente.

Ma è inutile generalizzare, estendendo un concetto così critico a tutto ciò che si è mosso in un'epoca di grandi slanci sperimentali oltre che di inedite visioni politiche dell'arte. Non tutto è datato e abbandonato a quel periodo in cui si portava la musica classica e contemporanea nelle fabbriche per "formare" una classe operaia dapprima curiosa, poi disinteressata. Eppure si eccedeva anche nella produzione di opere dalle dimensioni immense, incuranti della capacità di ricezione e di organizzazione del pensiero del pubblico (anche di quello più ben disposto).

E la musica di Bussotti non è esente da molti di quei difetti che l'epoca, pur gloriosa, si porta dentro. In particolare questo The rara Requiem, composizione per complesso vocale, coro, chitarra, violoncello, orchestra di strumenti a fiato, pianoforte, arpa e percussione (composta nel 1969 e rivista l'anno successivo), proprio perché parte di una più ampia opera (Lorenzaccio, 1968-72) non può non rallentare la propria forza propulsiva a fronte di dimensioni formali che, oggi come oggi, appaiono davvero fuori portata - il problema è comune anche a Stockhausen. Il complesso intreccio di citazioni e rimandi rimane all'ascolto (purtroppo) celato dalla complessità di pagine che sanno affascinare più nel loro abito strumentale, che in quello marcatamente vocale, nonostante gli artisti qui convinte nella riproposta dell'opera bussottiana, Alda Caiello, Luisa Castellani, Ezio Di Cesare e Roberto Abbondanza, siano assolutamente di razza.

Forse è proprio perché la musica contemporanea colta non è mai riuscita a prendere le dovute e necessarie distanze da un modo di cantare, imperniato sul Bel Canto classico, a differenza invece di quanto sperimentato in ambito strumentale, che gran parte delle opere vocali composte sembrano antiche, prima ancora di riuscire a collocarsi in un mondo dell'arte moderno. Forse, se all'epoca molti compositori si fossero accorti e avessero a loro volta utilizzato la vocalità rotta di un Phil Minton o di un David Moss le cose sarebbero state differenti, per certo (per noi) più intriganti.

© altremusiche.it / Michele Coralli