|
| |
Certa musica cosiddetta contemporanea
segna il passo di fronte ai quasi quarant'anni che ci separano dal
suo concepimento e, anche se si continua a darne questa definizione,
molte opere composte tra gli anni '50 e, soprattutto '60, portano
in sé i segni di un fatale quanto rapido invecchiamento che
le ha portate dall'avanguardia (ovvero dal tempo dell'anticipazione)
alla storia (il tempo dell'archiviazione). Il paradosso è
che molte opere hanno finito per non riuscire mai a passare dal
presente.
Ma è inutile generalizzare,
estendendo un concetto così critico a tutto ciò che
si è mosso in un'epoca di grandi slanci sperimentali oltre
che di inedite visioni politiche dell'arte. Non tutto è datato
e abbandonato a quel periodo in cui si portava la musica classica
e contemporanea nelle fabbriche per "formare" una classe
operaia dapprima curiosa, poi disinteressata. Eppure si eccedeva
anche nella produzione di opere dalle dimensioni immense, incuranti
della capacità di ricezione e di organizzazione del pensiero
del pubblico (anche di quello più ben disposto).
E la musica di Bussotti non è
esente da molti di quei difetti che l'epoca, pur gloriosa, si porta
dentro. In particolare questo The rara Requiem, composizione
per complesso vocale, coro, chitarra, violoncello, orchestra di
strumenti a fiato, pianoforte, arpa e percussione (composta nel
1969 e rivista l'anno successivo), proprio perché parte di
una più ampia opera (Lorenzaccio, 1968-72) non può
non rallentare la propria forza propulsiva a fronte di dimensioni
formali che, oggi come oggi, appaiono davvero fuori portata - il
problema è comune anche a Stockhausen. Il complesso intreccio
di citazioni e rimandi rimane all'ascolto (purtroppo) celato dalla
complessità di pagine che sanno affascinare più nel
loro abito strumentale, che in quello marcatamente vocale, nonostante
gli artisti qui convinte nella riproposta dell'opera bussottiana,
Alda Caiello, Luisa Castellani, Ezio Di Cesare e Roberto Abbondanza,
siano assolutamente di razza.
Forse è proprio perché
la musica contemporanea colta non è mai riuscita a prendere
le dovute e necessarie distanze da un modo di cantare, imperniato
sul Bel Canto classico, a differenza invece di quanto sperimentato
in ambito strumentale, che gran parte delle opere vocali composte
sembrano antiche, prima ancora di riuscire a collocarsi in un mondo
dell'arte moderno. Forse, se all'epoca molti compositori si fossero
accorti e avessero a loro volta utilizzato la vocalità rotta
di un Phil Minton o di un David Moss le cose sarebbero state differenti,
per certo (per noi) più intriganti.
|
| ©
altremusiche.it / Michele Coralli |
|
|
|
|

|
|