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Del grande proliferare di talenti vocali "sommersi"
qui da noi non se ne fa mistero, anche se spesso il termine talento
dalle nostre parti finisce col sovrapporsi alla peggiore delle qualità
musicali di un artista, la vocazione virtuosistica, che ancora ci
spinge indietro di cento anni e più, alla nostra miseranda
e provinciale tradizione del Bel Canto. Francesca Breschi, già
componente dell'ultimo acclamato Quartetto di Giovanna
Marini, non appartiene a quella tradizione che attiene più
all'Accademia, ma scivola spesso in un accademismo di ritorno in
cui riproposte folcloriche, elaborazioni di repertori madrigalistici
(Morte di Clorinda di Monteverdi), interpretazioni di due
classici degli Area come Cometa rossa e Luglio, agosto,
settembre (nero), canzoni pop dei Litfiba, evocano un modo di
guardare a certi repertori in un modo scolastico, ingessato e poco
dinamico. Manca, a nostro parere, una spinta in avanti per superare
l'idea della riproposizione e passare a quella della rivisitazione,
della trasfigurazione. E un po' lo stesso difetto che caratterizza
certi omaggi ai grandi cantautori scomparsi o a certi gruppi pop
del passato, ovvero quello di replicare, di far rivivere clonando.
Musicisti raffinati come Francesca Breschi meritano di superare
questa empasse dell'interprete per passare a un ruolo veramente
protagonista dei propri straordinari mezzi.
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altremusiche.it / Michele Coralli |
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