|
| |
"Stories all start once upon the meantime"
(Meantime): quasi un enunciato di poetica per l'ultimo disco
di Peter Blegvad, che ha già nel titolo la dichiarazione del suo
carattere affabulatorio. Piccole storie racchiuse nell'arco di una
canzone, forma musicale che Blegvad da sempre privilegia anche in
virtù di una notevole vena poetica nella farcitura dei testi.
Il nome del musicista inglese non è certamente nuovo
a chi, negli anni '70, seguì le gesta di gruppi come gli Slapp Happy
e gli Henry Cow, culminate nell'ispiratissimo lavoro collettivo
Desperate Straights, del 1974. Nel 1977 Blegvad realizzò insieme
a John Greaves e con la partecipazione di Carla Bley e Mike Mantler
l'eccellente Kew-Rhone, di cui curò i testi. Negli ultimi
anni ha collaborato con i Golden Palominos di Anton Fier e ha avviato
il progetto dei Lodge insieme al solito Greaves e ad altri fedelissimi.
Prima di King Strut ha pubblicato tre album, l'ultimo dei
quali, Downtime, è stato edito dalla Recommended nel 1988.
Il nuovo lavoro è composto da dodici canzoni, in
cui Blegvad canta e suona la chitarra acustica in compagnia di collaboratori
abituali e di quotati session men fra cui Danny
Thompson, Anton Fier, Phil Shaw, Michael Blair, Peter Holsapple,
l'immancabile fratello Kristoffer, Pino Palladino.
Molto buona la produzione, curata da Chris Stamey
con la collaborazione dello stesso autore. I suoni fluiscono con
grande equilibrio, all'insegna di una sobrietà che si apprezza ancora
di più quando si ripensi alla perniciosa enfasi produttiva che aveva
caratterizzato l'edizione di Knight like this nel 1985 presso
la Virgin. Le sonorità del nuovo disco rispecchiano bene quanto
ho avuto modo di ascoltare nel concerto tenuto da Blegvad quest'estate
al Mean Fiddler di Londra, accompagnato dal fratello, da Phil Shaw
all'armonica e da un ottimo B. J. Cole allo steel pedal. La serata
aveva messo in rilievo l'orientamento del musicista verso una semplificazione
del dato sonoro in favore di una maggiore intensità e immediatezza
comunicativa. È in proposito significativo più di ogni discorso
l'ascolto della ballata Gold, dove la voce, la chitarra acustica
e la steel pedal di Cole modulano un'atmosfera di grandissima emozionalità
derivante anche dall'asciuttezza dell'impianto compositivo. Sulla
stessa linea troviamo On obsession: disarmante confessione
amorosa in cui le parole sono accompagnate da un semplice arpeggio
di chitarra appena appoggiata dall'armonica.
Accanto ad altre ballate come Swim e Meantime
troviamo il macabro raccontino di Chicken, o i motivi ariosi
della canzone che dà il titolo all'album e di Northern light,
dove spiccano le chitarre acustiche dei due fratelli. Not weak
enogh era già presente nel disco precedente: qui è eseguita
con maggior pulsione ritmica e compattezza di suoni. Verso la fine
compaiono delle canzoni che, a mio modo di vedere, sono un po' troppo
orientate verso stilemi e modalità musicali di marca nordamericana
(l'impostazione della voce, l'uso dei cori, l'atmosfera country,
la chitarra slide, ecc.). Il brano di chiusura è la ripresa della
title track King Strut. In questa seconda versione le sonorità
elettroniche rompono volutamente la "coerenza" determinata
in precedenza, e ne risulta quasi un campione straniante e beffardo
di come il disco avrebbe potuto suonare se fosse stato prodotto
dalle parti della Virgin.
In chiusura di recensione esprimiamo un rammarico:
che disco o cd che sia non alleghi non dico i disegni di Blegvad,
che è fra l'altro un ottimo illustratore, ma almeno i testi, a meglio
disvelare i contenuti poetici di una musica pure già così intrinsecamente
poetica.
da: Andrea Coralli, "Navigando sui mari di formaggio"
© Auditorium Edizioni / Michele Coralli
|