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Nei colori diafani della Milano tra il Pre-
e il Dopoguerra vive il pianoforte di Bruno Bettinelli, uno strumento
ricco di suoni,denso di soluzioni, innovatore e anticipatore pur
non essendo entrato nel novero dei grandi pianoforti d'avanguardia.
Senza radicali rotture con la tradizione, che per quanto concerne
gli 88 tasti ha sempre fatto riferimento alle grandi architetture
romantiche e post-romantiche, Bettinelli esprime "il nuovo"
con metodologie classiche di composizione. L'ascendenza brahmsiana,
così come la capacità di mantenere grande ordine anche
negli intrichi di voci che si rincorrono negli stretti di certi
contrappunti, infine l'orizzonte barocco che trasforma la tastiera
in un terreno di confronto di possibilità e di sviluppo delle
diverse tecniche fanno di Bettinelli un compositore neoclassico
anche per quanto riguarda questi repertori. Distaccato nei confronti
del serialismo, poco incline alla dodecafonia, attraversa il suo
secolo con un'autonomia stilistica pari forse a un Castiglioni (pur
con un minor spirito modernista).
Eppure ci sono espansioni armoniche che, pur
discendendo certamente da tratti impressionistici, muovono con decisione
verso mondi pianistici che nel Novecento vengono percorsi da molte
di quelle aree jazz anche in questo caso neoclassiche. Quanto Bill
Evans o Keith Jarrett possano aver preso spunto da lirismi come
quello di Nenia da Sonatine (1939) difficile dirlo,
certo è che le cadenze accordali centrali di un brano come
questo aprono l'armonia a bagliori che non sembrano molto distanti
a quei mondi.
Allievo di Bettinelli, Massimo Anfossi legge il suo repertorio come
chi è capace di entrare con agio nelle architetture del maestro,
senza retoriche accademiche ma con sensibilità e coscienza
che anche in un panorama urbano nebbioso può nascondersi
molta poesia.
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| © altremusiche.it
/ Michele Coralli |
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