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Art Ensemble of Chicago

"Reese and the Smoth Ones" (Lp, Byg/Get Back, GET 329, 2002)

di Michele Coralli
   

Se lo slogan sessantottesco “la fantasia al potere” può essere accostato a molte realtà musicali occidentali a partire dagli anni ‘60, nell’ambito del jazz il gruppo che maggiormente si avvicina all’idea di quello slogan è stato senz’altro l’Art Ensemble of Chicago, che, con una notevole dose di libertà estetica e di ironia, ha vissuto attraverso anni nei quelli si sono prodotti cambiamenti radicali nella produzione, nel gusto e nella fruizione musicale, con una grazia assolutamente incurante delle regole del gioco. Nel ‘66 nasce a Chicago l’AACM, associazione finalizzata all’autoproduzione e alla divulgazione delle musiche creative.

Da quel combo, cresciuto con l’aspirazione di fornire un riscatto alla musica più sperimentale degli afroamericani, muovono le loro prime mosse destabilizzanti Roscoe Mitchell e Joseph Jarman (fanno parte del giro anche Anthony Braxton e Muhal Richard Abrams). Quello che inizialmente è un insieme vario di musicisti, si configura in seguito come un quartetto dalle precise fisionomie: nasce l’AEOC che, oltre a Mitchell e Jarman, annovera il contrabbassista Malachi Favors e il trombettista Lester Bowie. Tra i primi dischi, intrisi di spirito impertinente e incurante dei dettami delle regole non scritte della musica jazz, c’è questo Reese and the Smooth Ones, edito dalla francese Byg nella collana Actuel e ora ristampato da Get Back.

Si tratta di una lunga suite nella quale l’anima beffarda e irriverente dei quattro (presto si aggiungerà anche il batterista Don Moye) è più che mai al servizio di una musica dai forti tratti improvvisativi, ma che decisamente riesce a sostenersi con la forza della creatività, o meglio della fantasia di poc’anzi. Il turbinio di suoni - ci vorrebbe lo spazio di un’altra recensione per elencare tutti gli strumenti che i quattro percuotono, fanno tintinnare, mettono in vibrazione, pizzicano, ecc. - doveva sembrare una cosa impensabile per un pubblico abituato a ben altri consessi jazzistici. A giudicare poi dalla varietà di oggetti sparsi per lo studio di registrazione e dalle variopinte vesti di Jarman e Favors bisogna ammettere che passare dalle parti degli studi Sarakah di Parigi nell’agosto del 1969 dev’essere stato senz’altro un bello spettacolo, oltre che storia.

© altremusiche.it / Michele Coralli