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Se lo slogan sessantottesco “la fantasia al potere”
può essere accostato a molte realtà musicali occidentali
a partire dagli anni ‘60, nell’ambito del jazz il gruppo che maggiormente
si avvicina all’idea di quello slogan è stato senz’altro
l’Art Ensemble of Chicago, che, con una notevole dose di libertà
estetica e di ironia, ha vissuto attraverso anni nei quelli si sono
prodotti cambiamenti radicali nella produzione, nel gusto e nella
fruizione musicale, con una grazia assolutamente incurante delle
regole del gioco. Nel ‘66 nasce a Chicago l’AACM, associazione finalizzata
all’autoproduzione e alla divulgazione delle musiche creative.
Da quel combo, cresciuto con l’aspirazione di fornire
un riscatto alla musica più sperimentale degli afroamericani,
muovono le loro prime mosse destabilizzanti Roscoe Mitchell e Joseph
Jarman (fanno parte del giro anche Anthony Braxton e Muhal Richard
Abrams). Quello che inizialmente è un insieme vario di musicisti,
si configura in seguito come un quartetto dalle precise fisionomie:
nasce l’AEOC che, oltre a Mitchell e Jarman, annovera il contrabbassista
Malachi Favors e il trombettista Lester Bowie. Tra i primi dischi,
intrisi di spirito impertinente e incurante dei dettami delle regole
non scritte della musica jazz, c’è questo Reese and the
Smooth Ones, edito dalla francese Byg nella collana Actuel e
ora ristampato da Get Back.
Si tratta di una lunga suite nella quale l’anima
beffarda e irriverente dei quattro (presto si aggiungerà
anche il batterista Don Moye) è più che mai al servizio
di una musica dai forti tratti improvvisativi, ma che decisamente
riesce a sostenersi con la forza della creatività, o meglio
della fantasia di poc’anzi. Il turbinio di suoni - ci vorrebbe lo
spazio di un’altra recensione per elencare tutti gli strumenti che
i quattro percuotono, fanno tintinnare, mettono in vibrazione, pizzicano,
ecc. - doveva sembrare una cosa impensabile per un pubblico abituato
a ben altri consessi jazzistici. A giudicare poi dalla varietà
di oggetti sparsi per lo studio di registrazione e dalle variopinte
vesti di Jarman e Favors bisogna ammettere che passare dalle parti
degli studi Sarakah di Parigi nell’agosto del 1969 dev’essere stato
senz’altro un bello spettacolo, oltre che storia.
©
altremusiche.it / Michele Coralli
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