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Susanne Abbuehl

"April" (ECM, 1766, 2001)

di Michele Coralli
   

Quella raccolta di canzoni pubblicata nel 2000 da Annete Peacock (An Acrobat’s Heart) trova in questo April il degno accolito. Susanne Abbuehl, cantante e compositrice, ha forse in sé qualità musicali caratterizzate da un più composto approccio sperimentale rispetto alla Peacock, ma una pari leggerezza intepretativa. Una voce delicata, quasi diafana, interpreta una manciata di canzoni cariche di trasparenze e chiaroscuri. Non casuale la scelta del repertorio che si rifà in buona parte ad alcune delicate composizioni di Carla Bley: Ida Lupino, Closer, All I Need, A.I.R (All India Radio) e Seven (Somewhere I have never travelled,glady beyond), alle quali la Abbuehl ha aggiunto testi originali, dove non si tratti di poesie di E. E. Cummings. Una certa grazia wyattina (quella però più intima e malinconica di Old Rottenhat) permea la raccolta, anche se in questo caso il rigoroso regime acustico riverberato (garantito Rainbow Studio) la fa da padrone.

La svizzero-olandese Susanne Abbuehl, giovane debuttante per Ecm, si avvale di un valido gruppo che sostiene le sottili atmosfere con una ragguardevole grazia a tratti smaliziata. Wolfert Brederode al piano, Christof May al clarinetto e Samuel Roher alla batteria costruiscono un sottilissimo filo armonico attorno alla voce vellutata della Abbuehl, che assai composta altrove, dà prova di capacità improvvisative di buona ispirazione nei pezzi originali come Skies may be blue, yes e nell’ipnotico mantra Mane na. Una significativa chiave di lettura delle sensibilità della cantante può essere fornito dall’interpretazione del celebre ‘Round Midnight, che su un tempo lentissimo viene dilatata come neanche Wyatt aveva osato fare. L’utilizzo dell’harmonium su lunghi pedali al posto delle urticanti dissonanze monkiane potrà inoltre sembrare un po’ blasfemo, ma non si può non riconoscere che da un tale capolavoro riescono a scaturire sempre nuove e inaspettate impressioni.

© altremusiche.it / Michele Coralli