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Quella raccolta di canzoni pubblicata nel 2000 da
Annete Peacock (An Acrobats Heart) trova in questo
April il degno accolito. Susanne Abbuehl, cantante e compositrice,
ha forse in sé qualità musicali caratterizzate da
un più composto approccio sperimentale rispetto alla Peacock,
ma una pari leggerezza intepretativa. Una voce delicata, quasi diafana,
interpreta una manciata di canzoni cariche di trasparenze e chiaroscuri.
Non casuale la scelta del repertorio che si rifà in buona
parte ad alcune delicate composizioni di Carla Bley: Ida Lupino,
Closer, All I Need, A.I.R (All India Radio) e Seven (Somewhere
I have never travelled,glady beyond), alle quali la Abbuehl
ha aggiunto testi originali, dove non si tratti di poesie di E.
E. Cummings. Una certa grazia wyattina (quella però più
intima e malinconica di Old Rottenhat) permea la raccolta,
anche se in questo caso il rigoroso regime acustico riverberato
(garantito Rainbow Studio) la fa da padrone.
La svizzero-olandese Susanne Abbuehl, giovane debuttante
per Ecm, si avvale di un valido gruppo che sostiene le sottili atmosfere
con una ragguardevole grazia a tratti smaliziata. Wolfert Brederode
al piano, Christof May al clarinetto e Samuel Roher alla batteria
costruiscono un sottilissimo filo armonico attorno alla voce vellutata
della Abbuehl, che assai composta altrove, dà prova di capacità
improvvisative di buona ispirazione nei pezzi originali come Skies
may be blue, yes e nellipnotico mantra Mane na.
Una significativa chiave di lettura delle sensibilità della
cantante può essere fornito dallinterpretazione del
celebre Round Midnight, che su un tempo lentissimo
viene dilatata come neanche Wyatt aveva osato fare. Lutilizzo
dellharmonium su lunghi pedali al posto delle urticanti dissonanze
monkiane potrà inoltre sembrare un po blasfemo, ma
non si può non riconoscere che da un tale capolavoro riescono
a scaturire sempre nuove e inaspettate impressioni.
© altremusiche.it / Michele Coralli
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