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Biggi Vinkeloe, flautista e sassofonista tedesca,
residente in Svezia, partecipa da diversi anni alla scena improvvisativa
europea e statunitense. Ha collaborato con Barre Phillips, Georg
Wolf, Peter Friis Nielsen, Peter Kowald e Peeter Uuskyla; in Italia
con Giancarlo Locatelli, Fabio Martini e Filippo Monico. Lavora
da anni assieme a pittori estemporanei, ballerini e performers di
vario genere, cercando contatti in ambiti assai distanti tra loro,
come nel caso di musicisti contemporanei dediti alla Nuova Musica
come Marie Wärme ed Eva Bruun Hansen, o il bassista metal Magnus
Rosén, con cui ha registrato ed eseguito performance dal
vivo.
Partiamo dal tuo background. Sei partita da studi
classici per muoverti verso l'improvvisazione. Come si è
compiuto questo percorso?
Mi è sempre piaciuto improvvisare, soprattutto
ho sempre amato la sfida che comporta iniziare una cosa senza sapere
come se ne verrà fuori. Suono da quando avevo cinque anni
e da allora ho voluto diventare una musicista. Per questo ho lavorato
in maniera caparbia, iniziando dalle consuete lezioni classiche
sul flauto. A quindici ho incontrato due bassisti che facevano parte
dell'orchestra della scuola e sono stata invitata a prenderne parte.
Avevamo differenti gruppi con i quali suonavamo abbastanza frequentemente.
Come poi molti altri miei coetanei ho iniziato ad andare a vedere
un sacco di concerti: da quelli classici, a quelli folk, rock, metal,
jazz, di musica improvvisata, almeno due o tre sere alla settimana.
Poi mi sono accostata all'improvvisazione sul flauto e, quando quello
strumento ha iniziato a crearmi dei problemi di ascolto, ho deciso
di comprarmi un sassofono. Oggi però mi sento a mio agio
sia con il flauto che con il sax.
Molti improvvisatori europei hanno come modello,
da una parte i musicisti free jazz afroamericani, dall'altra certa
musica classica contemporanea. Quali di queste esperienze sono più
vicine alla tua?
Apprezzo diversi generi musicali. Ancora ascolto
i giganti come Charlie Parker o Coltrane, ma anche Glenn Gould,
Igor Oistrach e Rostropovitch. Credo di non poterli nominare tutti.
Mi piace ascoltare tutti quei musicisti che suonano con passione
ed onestà.
In passato hai incontrato Cecil Taylor a Berlino,
immagino per un seminario organizzato da FMP. Quanto è stato
importante questo incontro per la maturazione del tuo stile?
La prima volta in cui ho incontrato Cecil Taylor
è stato al clinic. Ma poi ho fatto un progetto con lui, a
Kassel al Documenta (una rassegna che coinvolge l'intera città
con artisti contemporanei che provengono da tutto il mondo). Abbiamo
fatto una settimana di prove intense per diverse ore al giorno e
una performance di tre ore di fronte a ben mille persone. Avrei
dovuto fare anche un terzo progetto, ma poi è nato mio figlio.
Ho voluto partecipare a quel seminario perché volevo prendere
parte all'esperienza musicale di Cecil Taylor, al suo approccio
alla musica e alla vita, al suo modo di comunicare la sua musica
alle altre persone, ai musicisti con cui suona e sua audience. E'
stata un'esperienza davvero intensa. Ne ho tratto una grande ispirazione,
che mi ha fatto pensare parecchio alla mia musica, anche se non
ho cambiato molto nel mio modo di farla. Semmai mi ha stimolato
a continuare a esplorare.
Un po' di tempo fa, Inghilterra, Olanda e Germania
erano i tre paesi di riferimento per quanto riguarda esperienze
musicali di stampo improvvisativo. Da circa dieci o quindici anni
l'improvvisazione sembra essersi diffusa in diverse parti del mondo,
attraverso differenti sensibilità. Come vedi la scena svedese?
Non so se il cosiddetto free jazz è esistito
solamente nei paesi che hai nominato. Ho vissuto a lungo in Francia
e ho scoperto una scena improvvisativa molto vivace là. Probabilmente
i musicisti inglesi, tedeschi e olandesi erano più abili
nel marketing e nel loro modo di creare contatti viaggiando, rispetto
ai musicisti di altri paesi. In Svezia da qualche anno esiste un
crescente interesse nei confronti della musica improvvisata. Non
che sia semplice trovare dei concerti o che si venga pagati decentemente
per una performance, ma si possono trovare diversi giovani che ascoltano
con entusiasmo questa musica. Credo che l'improvvisazione potrebbe
essere una delle sfide più interessanti in ambito musicale,
capace di regalare una grande libertà, così come una
grande responsabilità. E' un ambito in cui si può
essere creativi e sviluppare tutto quello che viene in mente, naturalmente
se si hanno gli strumenti per organizzare le proprie idee in un
processo. C'è bisogno di una discreta dose di tecnica se
si vuole fare un buon lavoro.
La scena svedese è articolata in tre aree: una a Stoccolma,
un'altra a Göteborg e una terza a Malmö, ma le relazioni
non sono molto consolidate, probabilmente perché tutti hanno
paura di dividere troppo la torta (e i pochi soldi in ballo
).
Purtroppo sembra la stessa cosa anche in altri paesi e la Svezia
non fa eccezioni. I musicisti viaggiano parecchio e, dal momento
che il paese conta nove milioni di abitanti e l'interesse per la
musica improvvisata è proporzionato a quel numero, credo
che la Svezia sia ben rappresentata in questo ambito.
Il tuo trio con Peeter Uuskyla e Peter Friis Nielsen
ha diverse relazioni con gruppi teatrali e collettivi di pittori.
Ti abbiamo visto recentemente a Milano con alcuni musicisti e una
ballerina. Non credi che questo tipo di sinergia tra le arti appartenga
a un modello ormai antiquato, come già facevano Pollock o
Brötzmann più di trent'anni fa?
Chi può pretendere di reinventare il mondo
e uscirsene con qualcosa di mai visto o sentito? Io credo che questo
rapporto non renda la sinergia meno affascinante. Attraverso la
creazione di un incontro tra diverse espressioni artistiche, si
riesce a parlare ai diversi sensi. Nel corso degli anni mi sono
resa conto che molte persone hanno paura della musica improvvisata,
così non le assegnano alcun credito.
Guardare un pittore che lavora insieme ad alcuni musicisti, invece,
può diventare più facile: non occorre più concentrarsi
unicamente sulla musica, ma si può seguire lo sviluppo del
disegno, anche se questo è assolutamente astratto. Ognuno,
poi, può fare le sue associazioni e crearsi le sue immagini.
La musica improvvisata, allora, crea senso, diventando qualcosa
di non così difficile da ascoltare.
Questo è un aspetto. L'altro riguarda i movimenti e i colori
che sono elementi in grado di amplificare i suoni, così come
di indicare un percorso verso cui muoversi. I musicisti vengono
cioè ispirati da ciò che vedono.
Credo che ciò crei un'altra dimensione per la musica, così
come un'altra dimensione viene creata per la danza e la pittura.
Siamo in grado di immaginarci un danzatore senza musica?
La musica improvvisata è ancora in cerca
di una più attenta considerazione da parte dei media, ma
anche delle istituzioni deposte all'organizzazione dei concerti.
Credi più nel modello FMP, cioè nella totale indipendenza,
o pensi che ci sia la possibilità di trovare nuovi spazi
all'interno delle istituzioni più tradizionali?
E' vero, la musica improvvisata non è generalmente
ben voluta dai media, così diventa arduo promuoversi e trovare
un pubblico. Quando si ascolta questo tipo di musica, non si può
fare dell'altro, perché occorre concentrarsi su quello che
si ascolta.
Si divide il cibo in "slow-food" e "fast-food",
anche se è il primo a regalarci qualcosa da ricordare. La
stessa cosa si può dire per quanto riguarda la musica. L'improvvisazione
è più simile allo "slow-food": richiede
tempo per prepararla, tempo per consumarla e digerirla, ma rimane
dentro di noi per un periodo più lungo.
Non so quanto sia indipendente FMP, dal momento che riescono a sopravvivere
con il denaro pubblico. Quando non ci sono soldi, non c'è
musica. FMP è un bellissimo progetto che spero continui la
sua vita per molto tempo.
Sarebbe ottimo mettere un piede in qualche istituzione, penso alle
associazioni che si occupano di musica da camera, musica classica,
jazz e Nuova Musica. Ma c'è bisogno di coraggio e uno sforzo
di marketing notevole perché una cosa del genere possa accadere.
Probabilmente ci vorrà del tempo prima che il pubblico si
abitui ad ascoltare diverse espressioni artistiche e a valutarle
tutte in modo equanime.
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| marzo
2003 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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