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Alla vigilia della conclusione del Festival di Berlino
del febbraio 2002, dove l'ultimo film di Silvio Soldini, Brucio
nel vento era candidato come miglior film, abbiamo incontrato
Giovanni Venosta, musicista dedito alla composizione manipolatoria,
da tempo al fianco del regista milanese nella produzione delle colonne
sonore dei suoi film. Con lui abbiamo parlato del suo lavoro di
musicista al servizio del cinema, dei suoi metodi di composizione
e della diafana pellicola tratta dal romanzo Ieri di Agota
Kristof.
Quando hai iniziato ad occuparti di colonne sonore?
"Sono sempre stato un cinefilo scatenato. Andavo
sempre l'Obraz Cinestudio di Milano e le frequentazioni cinematografiche
mi hanno portato con il tempo a conoscere diversi personaggi. La
combinazione volle che un mio amico, Giorgio Garini, diventò
aiuto regista di Soldini. All’epoca stava girando uno dei suoi primi
film (ne aveva già fatti due, Paesaggio con figure
e Giulia in ottobre, ma non erano usciti nelle sale). Così
mi ha messo alla prova con L'aria serena dell'Ovest. Da lì
è iniziata la nostra collaborazione. Poi dalle recensioni
dei miei dischi con Roberto Musci leggevo che molti consideravano
la nostra musica molto adatta alle immagini. In effetti mi sembrava
di avere un immaginario musicale appropriato per il cinema."
Soldini ti conosceva già come musicista?
"No. Precedentemente aveva un musicista di cui
forse non era soddisfatto. Per L'aria serena dell'Ovest,
essendo un film minimale, gli serviva qualcosa di dosato. Così
ho utilizzato un linguaggio minimale per rimanere nell'atmosfera.
Verso la metà degli anni ‘90 i film di Soldini hanno incominciato
a girare, così mi hanno chiamato anche altri registi. Intanto
continuavo a lavorare anche per la danza e per teatro, e a fare
dischi."
E come sei entrato in contatto con l'inglese Recommended
Records, l'etichetta di Chris Cutler?
"Avevo fatto con Musci un lavoro, Water Messages
on Desert Sand, e con il master siamo andati a una conferenza
sull'uso dello studio di registrazione come strumento musicale,
a cui partecipava Cutler invitato da Franco Fabbri. Cutler, allora
da antesignano, incominciava a interessarsi di campionamenti. Gli
abbiamo dato il master e da quel momento, insieme a Musci e Massimo
Mariani, abbiamo stampato quattro dischi con ReR e uno con Victo."
Non avete suonato molto da vivo però.
"Quel tipo di musica non è facilmente
eseguibile dal vivo. Ci hanno invitato in diversi festival, ma è
troppo complicato pensare di riassemblare ogni brano, che utilizza
timbri differenti a seconda dei campioni usati. Sarebbero necessari
trenta o quaranta musicisti per eseguire tutti i pezzi e questo
è improponibile per le spese. Mi hanno chiesto di riarrangiare
tutto per un ensemble, ma non mi interessa fare un concerto dal
vivo sacrificando la giustapposizione tra strumenti e campioni."
Per tornare al cinema, il tuo approccio alla composizione
di musica da film si può definire in buona parte empirico.
"Sì, anche perché non ci sono
delle scuole in Italia. È stato empirico perché attraverso
la passione e l'attenzione ho cominciato a capire cosa si poteva
fare. Il caso mi ha posto davanti a un regista che in un film prevede
una presenza della musica molto ridotta, quasi assente. Io, da cinefilo,
ne ero perfettamente conscio. Anzi a volte sono stato io a suggerirgli
di non mettere musica in determinate scene, cercando di interpretare
il suo linguaggio, che è sempre molto asciutto. Un buon autore
di colonne sonore dovrebbe interagire continuamente con il regista,
per capire se occorre o meno avere spazio per sottolineare certe
situazioni. Non si devono fare affermazioni di sé attraverso
la propria musica. La difficoltà è semmai mantenere
un tocco personale, in modo che venga riconosciuto un linguaggio
comune tra film di registi diversi."
E pensi di essere riconoscibile come autore di
colonne sonore?
"Penso di sì. Se si ascoltano le mie
colonne sonore, anche se hanno colori diversi, credo che si possano
riconoscere per lo stesso stile."
Che metodo di lavoro c'è tra te e Soldini?
"Come con quasi tutti i registi, che sono dei
normali fruitori di musica. La cosa difficile è intendersi
su una sorta di codice per intrattenere un dialogo. La mia tecnica
consiste nel far sentire a Silvio altre cose, non mie, tanto per
prospettargli alcune possibilità. Così lui può
dire se vuole qualcosa di simile o diverso da quello che gli ho
fatto sentire. Ed è molto meglio che parlarsi in astratto.
Nel caso di Brucio nel vento, in cui è stata scelta
la viola come strumento solista, a Soldini interessava uno strumento
che non fosse troppo stridente: né zigano come potrebbe essere
il violino, né troppo romantico come il violoncello. Sulla
base degli ascolti abbiamo stabilito di usare uno strumento ad arco
che fosse un po' spigoloso, un po' scomodo. Infatti non risultano
belle tutte le note della viola, che non ha una fluidità
di registro e che, per questo motivo, viene usata raramente come
strumento solista. Siccome il personaggio di questo film è
scomodo e tormentato, a me sembrava che il colore di questo strumento
lo potesse ben rappresentare."
In particolare per questo film cosa gli avevi
fatto sentire?
"Beh in questo caso non è stato particolarmente
facile. Lui aveva visto In the Mood for Love e gli era piaciuto
come la musica era stata trattata attraverso la ripetitività
di un tema molto riconoscibile. Gli ho spiegato che Wong Kar-Wai
in quel film non ha preso un tema e l'ha sviluppato, ma lo stesso
tema lo ha ripetuto: una volta lo sentiamo nei suoi primi dieci
secondi, la seconda i primi quindici, venti, trenta, eccetera. A
me non interessava fare la stessa cosa. Gli ho allora proposto di
sviluppare una cellula tematica, come quella che abbiamo studiato,
che potesse avere le caratteristiche di certa musica classica slava
del secolo scorso, nei modi di Janácek o Smetana. Non doveva
essere però troppo classicheggiante, ma capace di modulare,
con un inizio molto forte dal punto di vista tematico. Doveva anche
poter cambiare a seconda delle esigenze. Per la prima parte il film,
che è più vicina al romanzo Ieri ho composto
una suite che si intitola Hier Suite, mentre lo sviluppo
di questi frammenti si chiamano Brucio nel vento e si sentono
in seguito. Il procedimento è stato questo: le melodie che
interessavano venivano estrapolate dalla suite per poi essere sviluppate."
Che organico hai utilizzato accanto alla viola?
"Nella suite un'orchestra d'archi. Poi sullo
stesso organico viene inserita una chitarra elettrica, il cui suono
varia da un timbro simile un'arpa a quello di una chitarra elettrica
tradizionale, che fa sentire l'attacco del plettro sulle corde,
qualcosa di scoppiettante, più "Brucio nel vento"
appunto. Tra le variazioni ho inserito anche una voce bulgara, che
è quella di una giovane zingara di Sofia. Nel corso del film,
assieme ai timbri cambia anche il ritmo. Gli archi cominciano a
spezzettarsi, suonando su un pizzicato non omoritmico su fasce che
diventano progressivamente sincopate."
Un tipo di trattamento di derivazione quasi minimalista.
Non ti pare?
"Tendenzialmente sì. Anche se è
un minimalismo un po' strano. Non mi fermo mai su uno stile solo.
C'è un po' di minimalismo, ma c'è anche un po' di
rock, il jazz e altri generi."
Mi riferivo proprio a quella procedura di sfasamento
delle parti.
"Sì. In qualche maniera, anche se procedimenti
del genere sono comuni anche ai vecchissimi sistemi di variazione.
Sono stati i minimalisti a richiamare quel tipo di variazione e
anche per questo si parla di una musica "neoclassica".
Del resto nella musica da film ce lo sogniamo di fare musica sperimentale.
In Brucio nel vento c'è un brano di musica cacofonica
ottenuta da trattamenti elettronici per la scena in cui il protagonista
ha un incubo: ci sono tre pianoforti sovrapposti con frammenti di
tema che diventano astratti e confusi. Ma è un espediente
relativo a un effetto."
Ci sono altre manipolazioni elettroniche nel film
o sono procedure che usi più in altri contesti?
"In genere lavoro molto con hard disk recording
con cui puoi tagliare, cucire, invertire, sovrapporre. Ho sperimentato
questa tecnica soprattutto nell'ultimo lavoro assieme a Mariani,
Metamorphoses / Electronic Adventures in Flamenco, in cui
abbiamo preso una chitarra flamenco e l'abbiamo fatta improvvisare
per poi manipolarla attraverso l'hard disk recording. Durante quell'esperienza
abbiamo sviluppato molto le capacità elettroacustiche dell'informatica.
Quando si tratta di superare dei problemi di tipo espressivo questa
procedura può essere utilizzata con ottimi risultati. In
certi casi diventa come un montaggio cinematografico. Analogamente
a quanto avviene con gli attori a cui si fanno fare, a volte quasi
astrattamente, delle scene a compartimenti stagni, che, a seconda
della lavorazione, possono anche non essere collegate tra loro,
così capita nell'organizzazione del lavoro musicale. Ne Le
acrobate avevo fatto improvvisare a vari musicisti, tra cui
una violinista classica e un batterista jazz, alcuni pezzi i cui
i frammenti registrati venivano poi montati come volevo, trasformando
una serie di improvvisazioni in un pezzo che sembrava scritto nota
per nota. In Brucio nel vento la musica è più
diretta, più scritta. Si tratta di un film più "classico",
quindi anche la stesura della colonna sonora è più
tradizionale. Dalla partitura scritta per tutto l'ensemble ho scorporato
alcune parti, per avere il dettaglio di gruppi più piccoli.
Quando si tolgono alcune tracce sta a me ritagliare e ricucire dei
momenti che necessitano di alcuni ritocchi. Ad esempio, per smussare
alcune spigolosità si può togliere una nota. Ma questa
è l'unica procedura di montaggio che ho usato in questo caso."
Come sei riuscito dirigere l'improvvisazione dei
musicisti nella registrazione de Le acrobate?
"Ho iniziavo con la cantante che eseguiva una
linea che avevo scritto precedentemente. Poi è arriva la
violinista classica, che non aveva mai improvvisato in vita sua.
Le ho fatto sentire quello che avevo registrato e le ho domandato
cosa potesse suggerirle. Essendo in difficoltà, le ricantavo
quello che mi interessava tra le melodie che aveva appena improvvisato.
Poi le suggerivo come la cosa avrebbe potuto andare avanti. Lei
le suonave di nuovo e insieme abbiamo costruito la parte. A questo
punto avevamo due linee pronte. Al percussionista ho fatto sentire
tutto e gli ho chiesto di seguire le due melodie. Io sentivo una
pulsazione, ma non sapevo se era la stessa anche per lui. Ovviamente
non si parla di ritmi precisi, ma di respiri da seguire. Campionando
frammenti di musica etnica mi sono abituato a seguire certi respiri,
certe circolarità che provenivano da musicisti etnici che
non suonano con il metronomo. Ho cercato di trasfondere questa sensazione
anche in musicisti che non sono abituati a fare questi procedimenti.
Anche il musicista di jazz magari non è abituato a essere
melodico, ma a seguire un ritmo. Quella melodia era un po' folk,
non volevo quindi che lui uscisse da quel mondo, facendo magari
dello swing. In questo tipo di esperienze bisogna trovare il giusto
equilibrio tra il limitare e il dare spazio. Sicuramente la colonna
sonora de Le acrobate rimane la cosa più sperimentale
che ho fatto."
Molti musicisti classici sono in imbarazzo di
fronte all'improvvisazione.
"Sì, sono nel panico senza partitura.
Lavoro spesso con Silvia Mandolini, che è una violinista
canadese eccezionale. Lei ama moltissimo la musica contemporanea
e quando la metto di fronte a queste esperienze si lascia andare.
Non sente più la mancanza di una partitura in cui è
annotato tutto ciò che deve suonare. Al contrario quando
chiamo dei jazzisti, mi piace fargli eseguire delle partiture scritte
nota per nota."
Cos'è che distingue la lavorazione di un
film da quella, per esempio, di un disco?
"Nel cinema in genere si ha pochissimo tempo.
Le parti sono assegnate due o tre giorni prima di andare in studio
e si deve tener buona la seconda o la terza registrazione. Non si
può perdere tempo, quindi anche i musicisti devono essere
rapidi, devono capire immediatamente quello che stai pensando. Non
siamo i Beatles che stanno un anno in sala di incisione. È
strano se si pensa a tutti i soldi che ci sono nel cinema. Non si
capisce come mai film costati miliardi prevedano sempre un budget
limitato per la colonna sonora originale, che invece è un
elemento fondamentale. Non dimentichiamo che il compositore è
uno degli ultimi nomi dei titoli di testa e uno dei quattro o cinque
personaggi importanti dello staff tecnico, assieme ai vari montatori.
Il budget dato alla musica è ridicolo rispetto alla produzione
generale. Non amo molto l'uso massiccio e roboante della musica
nei film americani, ma conosco i budget con cui lavorano quei compositori
e quali enormi possibilità di movimento hanno all'interno
di questi budget. Noi invece siamo sempre in una perenne rincorsa
contro il tempo. Nella colonna sonora de Il gladiatore è
stato fatto un investimento miliardario nella musica. Il compositore
così può demandare ai suoi collaboratori aspetti di
carattere produttivo, esattamente come fa il regista."
Che effetto ti fa risentire la tua musica durante
la proiezione del film in sala?
"Dopo tutto il lavoro rivedere il film è
uno shock. Capisci che la tua musica è stata totalmente compressa,
tagliata o dilatata. Il musicista fa fatica a riconoscersi in questi
"buchi" in cui, durante un film, viene lasciato spazio
alla sua musica. Ormai con un po' di esperienza in più, quando
vado a vedere l'anteprima cerco di mantenere un assoluto distacco,
altrimenti mi sento impotente. Immagino che sia una sensazione analoga
a quella che possono avere gli attori."
Che aspettative riponi sul Festival di Berlino?
"Essendo Pane e tulipani il film italiano
che ha realizzato più incassi in Germania con ben 15 miliardi
– ancora più che Italia –, in teoria Soldini è uno
dei possibili vincitori dell'Orso d'oro. Bisognerà vedere
se la giuria berlinese apprezzerà anche la sua trasposizione,
se piacerà ad esempio il finale che è stato variato.
Io continuo a pensare che sia un film mitteleuropeo e poco italiano.
Non a caso non c'è nessun italiano nel cast artistico."
E dove è stato girato?
"In Svizzera francese, vicino a Neuchâtel
e in Repubblica Ceca, con attori cechi e svizzeri. Le lingue del
film sono il francese e il ceco. Quella che noi vediamo in sala
è una versione doppiata."
L'Orso d'oro sarebbe un riconoscimento internazionale
importante per Soldini.
"Sì, lui ha sempre avuto premi correlati,
come il Leone d'oro alla protagonista di Un'anima divisa in due
o i nove David di Donatello per Pane e tulipani, il Ciak
d'oro l'anno scorso. Ma mai un premio in un festival, anche perché
è difficilissimo entrarci. Tanto per fare un esempio, a Cannes
i film di Soldini non sono mai riusciti ad entrare in concorso."
[E putroppo l’Orso d’oro 2002 ha ricevuto altre assegnazioni.
Sarà per un’altra volta...]
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| febbraio
2002 © altremusiche.it / Michele Coralli |
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